È chiaro che l’esito della consultazione non avrà effetti sul governo ma si continua a trattarlo come un test politico

Alzare i toni, abbassare i toni. Su le mani, giù le mani. Lotta nel fango no, lotta nel fango sì ma solo perché sono gli altri che la vogliono. Ci ha provato il presidente Mattarella, con una presenza inusuale a una seduta del Csm, a richiamare con fermezza al rispetto delle Istituzioni e non al disprezzo dell’avversario, e più in generale della Magistratura, vero oggetto del contendere. Lo stesso giorno del suo appello, la premier Meloni ha pensato fosse giusto prendersela con i giudici del caso Sea-Watch, salvo più tardi riposizionarsi e formalmente aderire all’invito del Colle.
Lo spettacolo estenuante di questa vigilia di voto legittima l’allarme lanciato sul Corriere da Walter Veltroni: una politica dell’olio bollente contro i rivali non accende il desiderio di partecipazione popolare. Non solo si spengono eventuali ritorni di passioni civili ma sembra che si lavori alacremente per il contrario, visti i tassi crescenti di astensione dalle urne, cioè di rinuncia al principale strumento di democrazia di cui ciascuno dispone: il voto. E questa volta, per il cittadino elettore, il voto ha una sacralità supplementare.
Dal 1946 l’Italia è stata chiamata a 83 referendum. Il primo, giusto 80 anni fa, istituzionale: monarchia o repubblica. Dei successivi, 77 sono stati abrogativi, e alcuni di questi, divorzio o aborto per esempio, hanno cambiato il nostro tessuto civile. Quelli costituzionali, per cui non è previsto il quorum e che vanno a incidere sulla carne viva della Carta, sono confermativi di modifiche già approvate in Parlamento. Finora sono stati quattro. Due sono passati (nel 2001, riforma del Titolo V, con decentramento di funzioni a favore di Regioni e enti locali; 2020, riduzione dei parlamentari), due sono stati respinti (2006, la devolution proposta da Berlusconi-Bossi, e nel 2016 la Renzi-Boschi per il superamento del bicameralismo paritario). Nel caso di Matteo Renzi, che aveva legato il futuro del suo governo all’esito di quella consultazione, la vittoria del No portò, con rara coerenza, alle dimissioni dell’allora presidente del Consiglio. Evenienza che non si ripeterà questa volta. Giorgia Meloni ha già dichiarato che il suo governo non si scioglierà e verrà valutato a scadenza di mandato, cioè nel 2027. Quindi niente dimissioni in caso di sconfitta. Ma allora perché questo clima così violento, queste parole inaudibili, se in gioco non c’è il futuro di una premier che sembra comunque impermeabile a qualsiasi incidente di percorso e resta alta nei sondaggi anche a fronte di dati come l’aumento statistico delle povertà o il terzo anno consecutivo in rosso della produzione industriale?
Il 22 e 23 marzo saremo chiamati a esprimere un parere definitivo su una riforma della Giustizia che in realtà è una riforma della Magistratura. I sette articoli della Costituzione toccati dal cambiamento riguardano infatti l’organizzazione interna di chi la Giustizia l’amministra. I titoli sono ormai stranoti, dalla separazione delle carriere allo sdoppiamento del Csm, con l’introduzione del sorteggio per una percentuale di candidati selezionati in una lista composta dal Parlamento. Propaganda di parte a parte, nessuna delle nuove norme impatta direttamente sul percorso di chi si trovi a misurarsi con l’amministrazione giudiziaria, che sia penale, civile e o amministrativa. E in buona fede non si dovrebbe lasciare intendere che la vittoria del Sì garantirebbe processi più brevi e genericamente più equi: queste migliorie assolutamente auspicabili sono del tutto assenti dagli articoli in questione. Al centro delle polemiche non ci sono dunque due concezioni opposte del concetto di Giustizia, quanto piuttosto degli equilibri istituzionali. Da una parte, la decisione di un potere (l’Esecutivo) di intaccare l’autonomia di un altro (il Giudiziario), correggendone i meccanismi di funzionamento; dall’altra l’opposizione a questo disegno da parte di chi ritiene che per la Carta questi Poteri siano equivalenti e tali debbano restare, pena lo sbilanciamento del nostro sistema.
Già presentandola così la partita resta complessa, specie per chi non segua da vicino le cose della politica, vuoi perché da tempo ha perso ogni fiducia, vuoi perché se vedi una rissa fuori da un bar istintivamente ti allontani. Il rischio è che un’occasione storica come un referendum costituzionale si riduca a un test mascherato di gradimento tra chi sta con «Giorgia» e chi la vorrebbe a casa. E forse bene ha fatto la premier a togliere l’ipotesi dimissioni dal tavolo: non è su questo che vuole giocarsi adesso il cammino del suo governo. Semmai, l’impressione è che la maggioranza stia usando proprio questo tema, e non da oggi, come il grande ombrello sotto cui ripararsi per giustificare le promesse non mantenute. Avremmo potuto fare molto di più per fermare l’immigrazione clandestina, gli antagonisti che sabotano il Paese, i nemici che non perdono occasione per sfilare in piazza per qualcosa ma sempre contro l’Italia. Avremmo potuto mandare a regime i «centri di permanenza» d’Albania o gettare le prime basi del Ponte sullo Stretto. Avremmo se… la magistratura «politicizzata» non ci avesse messo costantemente i bastoni tra le ruote.
«Aggirano per via giudiziaria la volontà popolare che ci ha eletti», ha sintetizzato Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Ne deriva che per l’esecutivo perdere questa sfida significa darla vinta a chi ha ostacolato finora il governo. Non è così, o almeno non dovrebbe essere. Perché se davvero così fosse, il 22/23 marzo ci troveremmo di fronte a un dilemma ben più dirimente di una riforma relativa al lavoro, pur fondamentale, di quasi 10 mila magistrati. Significherebbe che, sotto la scheda ufficiale, ne spunterebbe un’altra immaginaria: referendum sul premierato, cioè trasformazione dell’Italia in un altro tipo di repubblica. D’altronde, proprio il ministro Carlo Nordio ha già prefigurato con candore la strada: «Mi stupisco che i leader d’opposizione non capiscano: questa riforma della Giustizia gioverebbe anche a loro nel momento in cui andassero al governo. Motivo? Fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale». Primato che non c’è. Almeno per ora.

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