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Non è una questione di etica, ma di potere. Dietro lo scontro tra colossi, la posta è il calcolo

Di questi tempi, il realismo vince sull’idealismo, Platone viene criticato in nome del pragmatismo, e il trascendentale di Kant è letto in termini di pratiche sociali. Questa tendenza diffusa traduce in filosofese il travaglio di un mondo in affanno. In parole povere, tutto ciò implica che spesso i conflitti tra modelli culturali si rivelano conflitti tra persone alle prese con scarsità di risorse. Cosa che sembra valere anche nel rarefatto universo del digitale, dove vediamo lottare tra di loro le avanguardie tecnologiche dell’Intelligenza Artificiale generativa. Esemplare, in questa prospettiva, l’aspro confronto tra il Colosso Open AI, promotore di Chat Gpt, e il piccolo ma super sofisticato Claude di Anthropic. Confronto che è esploso in India al mega convegno sulla IA organizzato da Modi dove Sam Altman di Open AI e Dario Amodei di Anthropic non si sono dati la mano (uno di noi, Benanti, era presente). La vicenda, messa in luce da un bell’articolo di Massimo Gaggi sul Corriere, viene di solito interpretata come un conflitto tra principi generali: da un lato, una visione più commerciale dell’uso dell’IA generativa (Open AI), e dall’altro una visione invece più etica (Anthropic). Questo perché Amodei si è rifiutato di accettare alcuni usi del suo programma e ha chiesto al governo Usa di accettare un limite etico all’uso della sua tecnologia, tra cui l’impegno a non usarla per sistemi di sorveglianza di massa e per sviluppare armi totalmente autonome dal controllo umano.
Ora, se vogliamo adottare uno sguardo minimamente realista, dobbiamo partire dal presupposto che c’è un momento, nella storia di ogni tecnologia trasformativa, in cui la narrazione dominante, in questo caso in termini di conflitto tra principi generali, smette di corrispondere alla realtà sottostante. Per l’intelligenza artificiale, quel momento è arrivato. Il dibattito pubblico dominato dalla domanda — chi tra Altman o Amodei abbia ragione, o più in generale se l’AI è sicura o pericolosa, e via così… — oscura la questione che conta davvero: chi controlla il calcolo.
La compute crunch — la carestia delle risorse computazionali —— non è, sempre se adottiamo realismo, un dettaglio tecnico da lasciare agli analisti di mercato. È una rivelazione politica. OpenAI afferma di rinunciare a opportunità commerciali per mancanza di capacità, e Anthropic ha ristretto i limiti di sessione per circa il sette per cento degli utenti. Ma non sono i soli: Codex è passato da centomila a due milioni di sviluppatori in tre mesi, e i prezzi di noleggio delle GPU H100 hanno raggiunto il massimo degli ultimi diciotto mesi. Questa non è la fisiologia di un mercato che cresce in modo sano: è la sintomatologia di un oligopolio che si consolida conflittualmente sotto la pressione della scarsità.
Con il governo americano sostanzialmente inerte sul fronte regolatorio e gli sforzi internazionali sulla sicurezza dell’AI in gran parte bloccati, per affrontare questi problemi il mondo si è affidato di fatto all’autoregolazione dell’industria. Un’autoregolazione che, oggi come oggi, mostra i suoi limiti strutturali con una chiarezza quasi didattica. La faida oramai decennale tra i due principali laboratori di frontiera della IA generativa quali Open AI e Anthropic, che abbiamo sopra menzionato, continua a ridefinire il campo secondo logiche che poco hanno a che fare con l’interesse pubblico.
La faida tra OpenAI e Anthropic, al tempo stesso, offre una prospettiva chiara sulla medesima questione. Il futuro dell’AI non viene deciso unicamente dalla tecnologia, ma anche da conflitti umani, valori e visioni contrastanti di ciò che l’AI dovrebbe diventare. Dario Amodei lasciò OpenAI convinto che sicurezza e scala non fossero incompatibili; oggi il suo modello più potente è troppo costoso da erogare, gli utenti paganti si scontrano con i limiti di utilizzo, e la sua azienda è stata minacciata dal Pentagono proprio per aver tenuto fermo sui principi. OpenAI, nel frattempo, ha rimosso i divieti espliciti sugli usi militari dalle sue politiche nel 2024, spostando il focus dalla ricerca sulla sicurezza allo sviluppo di prodotto — una traiettoria che l’ex responsabile del team di «superallineamento» ha denunciato pubblicamente come il trionfo dei prodotti lucenti sulla cultura della sicurezza. Due aziende, due dottrine, un unico collo di bottiglia: la disponibilità di silicio.
Ed è qui che, a nostro avviso, il dibattito sull’AI deve spostarsi. Non si tratta di scegliere tra accelerazionisti e catastrofisti, tra il capitalismo della sorveglianza e il paternalismo delle linee guida etiche. La carestia del calcolo rivela che l’AI non è un bene comune: è una risorsa scarsa governata da pochissimi attori privati, soggetti a pressioni competitive, geopolitiche e finanziarie che la retorica della responsabilità fatica a contenere. Il futuro della sicurezza dell’AI dipenderà in ultima analisi da come un piccolo numero di attori potenti navigherà le pressioni della competizione e della geopolitica.
Ogni utente che si scontra con un limite di sessione, ogni sviluppatore che trova nel proprio codice un messaggio pubblicitario che non ha scritto, ogni azienda a cui viene rifiutata capacità computazionale — tutti stanno sperimentando in modo concreto ciò che finora era rimasto nell’astratto: il potere non sta nei modelli, sta nell’infrastruttura. E l’infrastruttura appartiene a chi può permettersi di costruirla.
Per conseguenza, la domanda che dovrebbe interrogare governi, regolatori e cittadini non è se l’AI sarà buona o cattiva. È una domanda di più antica e più severa genealogia politica: quis custodiet ipsos custodes? Chi vigila su coloro che controllano i datacenter, i chip, le latenze e i limiti di utilizzo su cui ormai poggia una quota crescente della vita intellettuale, economica e politica del pianeta? Finché questa domanda resterà senza risposta istituzionale adeguata, la carestia del calcolo non sarà soltanto un problema di mercato. Sarà la forma tecnica di un deficit democratico.

A.N.D.E.
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