Questa sinistra non appare in grado di convincere gli elettori di essere proiettata in modo adatto a potersi presentare alla stregua di una credibile alternativa di governo
Non è riconducibile a Matteo Ricci, navigato ex sindaco riformista di Pesaro sponsorizzato oltretutto da Goffredo Bettini, la sonora sconfitta subita dalla sinistra nelle Marche. E neppure a Elly Schlein o agli altri leader della coalizione che si sono spesi, tutti, al massimo delle loro possibilità. Tanto meno la débâcle può essere addebitata a quel goffo tentativo di agganciare in extremis il movimento pro Pal. D’accordo, le forze governative hanno fatto scendere in campo tutto quel che potevano. E Francesco Acquaroli si è rivelato un avversario meno fragile di quanto i suoi avversari avessero messo nel conto. Ma l’umiliazione è stata di quelle imprevedibili, quantomeno nelle sue dimensioni.
La verità, restando all’opposizione, è questa sinistra non appare in grado di convincere gli elettori di essere proiettata in modo adatto a potersi presentare alla stregua di una credibile alternativa di governo. Si è confermato ancora una volta, come ha scritto due giorni fa su queste pagine Massimo Franco, che «mettere insieme tutti» non basta a «fare la forza». Neanche se tutti, come in questo caso, sono davvero tutti.
Il problema, sostengono quasi tutti, è che Schlein e Giuseppe Conte competono per chi sarà il candidato alla guida del governo. E che, per questo, il M5S si tenga le mani libere in modo eccessivamente ostentato. Spalleggiato in ciò da Bonelli e Fratoianni. A noi non sembra essere questo il punto centrale della questione. Anche se è vero che queste tattiche contribuiscono notevolmente — assieme alle considerazioni alquanto urticanti di alcuni leader del Passato (Romano Prodi, Luigi Zanda) — a togliere credito alla leader del Pd. E di conseguenza a indebolire una coalizione che la Schlein tiene assieme a fatica, dicendosi costretta a ripetere ossessivamente di essere «testardamente unitaria».
Il fatto che, pur essendo alla guida di un partito che conta molti più elettori degli altri che fanno svogliatamente parte della coalizione, debba essere «testarda» nel compiere la sua missione ci dice già quale sia una parte del problema. Forse gli altri dovrebbero essere testardi al pari di lei. Comunque, è affar loro. Anche se dovrebbe insegnare qualcosa il fatto che dalla parte dei loro avversari non c’è bisogno di tutta quella testardaggine.
Nel centrodestra (che sta insieme da oltre trent’anni) non c’è dubbio alcuno che al segretario del partito di maggioranza relativa spetti il compito di guidare la coalizione fin dentro le stanze di Palazzo Chigi. I compiti sono ben assegnati sul loro spartito politico. A Giorgia Meloni tocca rappresentare una destra attenta sul piano nazionale e internazionale alle ragioni dei popolari. A Matteo Salvini è assegnata la destra più radicale. Ad Antonio Tajani spetta il centro. E per chi vuole qualcosa di ancor più moderato c’è la ridotta di Maurizio Lupi. Litigano, se ne dicono di tutti i colori, ma, quando arriva il momento della verità, puntualmente si ritrovano uniti. Ed è la Meloni che tira le fila.
A sinistra non c’è niente di analogo. E non perché Conte, Bonelli e Fratoianni abbiano un carattere peggiore di quello di Salvini, Tajani e Lupi. Ma per il fatto che manca un contrappeso sull’altro versante, quello riformista. Cioè, un partito portatore di criteri credibili sotto il profilo economico capace di battersi e di far valere i propri valori. E che sia in grado di dire di no a quelle che considera derive eccessivamente radicali. Ciò che a suo tempo fu, per intenderci, la Margherita. E che, nel corso della prima Repubblica, furono socialisti, socialdemocratici e soprattutto i repubblicani, i quali con poco più dell’1 per cento mettevano all’angolo talvolta la Democrazia Cristiana talvolta il Partito comunista.
Bettini ha avvertito questa necessità e, come rimedio, ha suggerito la creazione della cosiddetta «tenda riformista». Sotto la quale hanno trovato riparo i parlamentari di Matteo Renzi e qualche anima sparsa di ottima provenienza. Anche alcuni parlamentari e sindaci del Pd hanno sembrano aver compreso che è questo il problema. Ne sanno qualcosa perché hanno esperienza del caos che si produce quando c’è da prendere posizione sulle più delicate questioni di politica internazionale: la sinistra italiana, puntualmente, offre lo spettacolo non edificante di dividersi in due, tre, quattro persino cinque posizioni diverse. Capita anche alla destra. Ma questa, come si è detto, al momento delle decisioni che contano risponde con senso della disciplina. A sinistra, invece, ognuno fa quello che gli pare. Dopo aver oltretutto perso un tempo interminabile in dibattiti definibili eufemisticamente estenuanti.
C’è chi come Dario Franceschini appare rassegnato a questo destino contando sul fatto che il Parlamento che verrà eletto tra un anno e qualche mese avrà il compito di nominare il nuovo capo dello Stato, alla fine ci si metterà tutti insieme. Ma, a nostro avviso, Franceschini sottovaluta quanto la sinistra abbia bisogno subito, adesso, di una solida formazione riformista che bilanci la coalizione ed eviti alla Schlein di essere sottoposta esclusivamente ai ricatti che le vengono da sinistra. E che, come è capitato nei casi della Flotilla e prima ancora dell’Ucraina, risparmi al presidente della Repubblica il compito di suggerire comportamenti più coerenti con quelli di gran parte della sinistra europea. La «tenda riformista» è, ad ogni evidenza, insufficiente a svolgere questa missione. E mancano, ripetiamo, meno di due anni alle elezioni politiche.
