Ci sono quattro numeri che fanno fatica a stare insieme quando vengono usati per descrivere il nostro Paese. L’economia sommersa è pari a 192 miliardi. L’evasione fiscale è attorno ai 100 miliardi. Poco meno di 2 mila miliardi liquidi sono posseduti sui conti correnti da imprese e famiglie italiane. E contemporaneamente ci sono 5 milioni di poveri.

C’è qualcosa che non torna in questo Paese dove il disagio è diffuso tra chi un lavoro lo sta cercando ma anche tra chi un impiego ce l’ha. Al tempo stesso, le famiglie dispongono di una ricchezza finanziaria che non ha eguali in Europa, pari a quasi quattro volte il reddito prodotto: 5.300 miliardi. Tutti questi numeri ci raccontano sempre meno dell’Italia. Come facciamo a essere la seconda potenza manifatturiera d’Europa e la prima per valore aggiunto in agricoltura e non godere affatto di questi primati che renderebbero felici i governi francesi e persino quelli tedeschi? E’ evidente che il Paese reale sembra seguire percorsi propri. Non l’approccio sistematico di una comunità coesa capace di esaltare i propri meriti, valorizzare le proprie eccellenze e con esse i risultati raggiunti, affinché i problemi possano essere affrontati con serenità. Prevalgono invece i disequilibri. Attutiti negli ultimi anni da uno sviluppo economico del quale hanno beneficiato tutti, cittadini, famiglie e aziende.
Ma la crescita, lo sviluppo, obiettivi imprenscindibili per qualsiasi Paese e ancor più per un’Italia sempre sull’orlo di una crisi di nervi, sono parole scomparse dal dibattito pubblico. Tanto che facciamo fatica ad accorgerci di alcuni segnali preoccupanti. Gli ultimi dati dell’Istat confermano per il 2023 una crescita acquisita allo 0,7% . Ma dietro quel numero c’è qualcosa che non va. Nel terzo trimestre di quest’anno il prodotto interno lordo è rimasto stabile con un aumento dello zero per cento. Non c’è stato, cioè, un altro arretramento, come accaduto nel secondo trimestre (-0,4%). Se ciò si fosse verificato, l’Italia sarebbe finita tecnicamente in recessione. Andando quindi a fare compagnia all’altra grande potenza manufatturiera europea, la Germania nostro partner privilegiato. Torneremo cioè a una crescita di zero virgola: basterà a non gettare il Paese in quell’area di incertezza che è la nemica principale dello sviluppo?

L’economia sommersa
Incertezza che spinge le imprese a rallentare sugli investimenti e le famiglie, che possono, a consumare meno? Potremmo ritornare a dover fare i conti con una torta che se non si restringe, nemmeno si allarga lasciando ben pochi margini alla redistribuzione. Eppure, nel sostanziale disinteresse generale, si lascia correre il fatto che nel 2021, ultimi dati disponibili, ben 192 miliardi fossero relativi all’economia sommersa. Non intercettati dal Fisco e nemmeno «valorizzati». L’Istat ci viene ancora in aiuto nel fotografare questo fenomeno. Di quella somma, le attività illegali sono pari a 18 miliardi. Il resto è economia vera, non registrata.
L’aumento, rispetto al 2020, è stato di circa il 10%, e quindi simile all’aumento del Pil che si è attestato a un più 9,7%. Se si va a vedere dove il sommerso è più diffuso, lo troviamo nelle categorie «Altri servizi alle persone» (è ben il 34,6% del valore aggiunto dell’intero comparto), «Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione» (20,9% del valore aggiunto), «Costruzioni» (18,2).
La maggior parte di quei quasi 174 miliardi di economia non osservata, come rileva l’istituto di statistica, è dovuto a sotto dichiarazioni, oltre 91 miliardi, mentre l’utilizzo di lavoro irregolare è stato pari a oltre 68 miliardi. Si pensi che le unità di lavoro irregolari erano quasi 3 milioni, esattamente 2.990.000. C’è da chiedersi sottovoce, quanti tra i 5 milioni di poveri sono quelli costretti a lavori irregolari.

Occupati e disoccupati
Il totale degli occupati è attorno ai 23 milioni (e per fortuna continua a crescere). Ma crescono anche i disoccupati. Ancora economia sommersa? Non mancano studi in merito. Come quello dello scorso agosto pubblicato dal ministero dell’Economia, dipartimento del Tesoro, esattamente sull’economia non osservata a confronto tra i vari Paesi d’Europa. Analisi che non entrano nel radar dei decisori. Pensate a quanto sia complicato avviare politiche, che necessariamente devono essere di lungo periodo, per rimediare a fenomeni di così ampia portata. Ma gli studi sembrano essere rimasti nei cassetti.
E’ quello che accade in molti campi in Italia. Siamo abilissimi a identificare, analizzare fenomeni e problemi, da qui ad avviare un metodo che possa portare alla loro soluzione ce ne passa. Siamo di sicuro un Paese che ha sulla carta milioni di disoccupati. Ma milioni di imprese fanno fatica a trovare i profili giusti di lavoratori. Quando abbiamo provato a far incontrare due mondi che non possono rimanere separati, come quelli della scuola e del lavoro con la legge sull’Alternanza scuola-lavoro, come spesso accade a ogni cambio di governo, si butta via quanto fatto dal precedente. E così nel 2019 è stata inventata una nuova legge sullo stesso tema intitolata «Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento», Pcto, dove scompariva persino la parola «lavoro». Di formazione se ne parla tanto nei convegni meno nelle città e nei quartieri.

L’evasione fiscale
Dei 100 miliardi di evasione fiscale, spesso, se ne fa una questione morale. Giustamente. Si tratta di 100 miliardi sottratti alla collettività che potrebbero essere utilizzati per i servizi che lo Stato deve garantire ai suoi cittadini. Cifre rilevanti che darebbero una forte mano alla riorganizzazione della Sanità, così come abbiamo capito si dovrebbe fare dopo il Covid. O alla Scuola, alle infrastrutture.
Sicuramente si tratta di farne una battaglia, prima ancora che tecnica, civile e culturale, e per la quale non aiutano certo le continue rottamazioni o i condoni più o meno mascherati. Che danneggiano, nel caso dell’economia sommersa la stragrande parte delle imprese. Quelle aziende cioè che hanno un rapporto corretto con il Fisco e che si trovano a dover fare fronte alla concorrenza sleale di chi non paga, elude, o sotto dichiara la propria attività. Come spesso accade in Italia, ammantando di politica battaglie che sono invece di retroguardia, si fa in modo che lo Stato sia meno spinto a funzionare e a essere vissuto come vessatorio. E’ accaduto persino ai tempi del varo della fatturazione elettronica, misura che ci sta permettendo, anno dopo anno, di limitare l’evasione fiscale dell’Iva che ancora nel 2020 ci vedeva primi in Europa con 26 miliardi evasi.

La liquidità
L’alibi per non agire è spesso quello della mancanza di risorse. Siamo certi che sia così o è un’incapacità di allocare quelle che abbiamo? Si fa un gran vociare del rallentamento dei prestiti in banca a causa delle manovre della Bce. Sottovoce non sono pochi i banchieri che spiegano come la frenata sia un effetto sicuramente dei tassi di interesse. Ma anche del fatto che molte imprese preferiscono attingere alla propria liquidità piuttosto che affidarsi a prestiti bancari gravati oggi da interessi molto elevati. Non va dimenticato che per quanto in discesa, sui conti correnti degli italiani, famiglie e imprese, ci siano poco meno di 2 mila miliardi.
E se per il governo è positivo che parte di questo risparmio vada verso i Btp, a sostenere l’enorme debito pubblico, si dovrebbe agevolare il fatto che quei soldi vadano invece verso investimenti nell’economia reale. Cosa non facile ma che perlomeno andrebbe tentata.
In realtà in Italia il sospetto è che esista un pregiudizio anti imprese da parte dei decisori politici. Altrimenti sarebbe difficile da comprendere l’aver previsto anche con questa Manovra di abbandonare l’Ace. Quella misura che spingeva le aziende a reinvestire gli utili nell’azienda stessa. E quindi agevolando gli investimenti. Come pure aver rimandato in sede di rinegoziazione del Repower Eu quell’industria 4.0 che dal 2015, a detta di tutti gli uffici di ricerca, era stato il vero motore della crescita italiana attraverso le agevolazioni alla digitalizzazione e alla formazione. E così, la vicinanza alle imprese diventa solo un’indistinta difesa; un calderone dove finiscono tutte, quelle efficienti che investono e assumono e le altre che si accontentano di rendite di posizione aspettando di cedere al miglior offerente.
In questi giorni si sta discutendo molto, come accade in ogni autunno, di Manovra. Sarebbe sbagliato chiedere tutto a essa (anzi c’è da sottolineare come il ministro Giorgetti abbia tenuto il punto nei confronti di una politica che sa solo chiedere) . Ma serve una direzione . Provvedimenti o intenzioni simbolo. Uno per tutti: la spending review che oltre ai tagli lineari, deve niziare a capire quanto di quella spesa sia funzionale al Paese. E soprattutto alla crescita. Che non può e non deve essere dello zero virgola.

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