Partiti già a caccia di voti però nessun contendente propone soluzioni ai problemi reali
Gli slogan non mancano, anzi ci sono solo quelli. Dal lato destro, le solite cose, esasperate dall’incursore Vannacci: legge, ordine, porti aperti ma solo per rispedire indietro e alla svelta gli odiati migranti. Dal lato opposto, un generico «votateci» altrimenti rivincono loro e stavolta la Costituzione la cambiano davvero, snaturandone il senso e lo spirito, a cominciare dalla scelta del prossimo presidente della Repubblica. Manca almeno un anno alle prossime elezioni Politiche, un po’ meno se si voterà in primavera, e già la campagna elettorale marcia a pieno regime: con rumoroso spostamento di truppe e carriaggi ma nel silenzio disorientato sui temi che invece angosciano chi il voto dovrà darlo, e continuando così è facile prevedere un’altra vittoria schiacciante del partito dell’astensione.
Basta immaginare un elettore indeciso, stordito tra campi che si allargano o si restringono a fisarmonica, e con divisioni che attraversano entrambi gli schieramenti su temi cruciali come le alleanze internazionali. Per ingaggiarlo, questo elettore già frastornato prima ancora che la vera partita cominci, forse si dovrebbe capovolgere il tavolo: invece di alchimie tattiche su chi comanderà, cominciare a guardare le lastre di un Paese che ha come primo bisogno quello di essere visto, non per come lo si pretende di dipingere ma per come realmente è.
E dopo questo esame proporre una ricetta convincente che ridia speranza a questa Italia infragilita. Poche parole, partendo da evidenze non contestabili.
Care concittadine e concittadini, non stiamo attraversando il nostro momento migliore e a occhio ci aspettano tempi ancora più duri, con le guerre di Trump, Netanyahu e Putin a complicare ulteriormente l’avvenire. I nostri salari reali non solo sono fermi dal 2000, un evo fa, unico tra i Paesi Ue, ma addirittura il loro effettivo potere d’acquisto è inferiore del 6% rispetto al 2021. Si allargano le povertà, che coinvolgono anche i bambini e il loro diritto a un futuro almeno dignitoso. Il debito pubblico, 3.150 miliardi, è al 138,4% del Pil: mettendo una sopra all’altra 3.150 miliardi di monete da un euro si costruirebbero 19 torri alte da qui alla Luna (l’ha figurato Carlo Cottarelli proprio sul Corriere). A rendere ancora più drammatico lo scompenso, la crescita economica sta sotto l’1%, e il propulsore artificiale di fondi, quel Pnrr che ci ha tenuti a galla dal 2021, ha concluso la sua azione antibiotica. A ricasco sui cittadini, fare la spesa costa (fonte Istat) il 24% in più del 2021, le bollette dell’elettricità sono aumentate del 34%, un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80% in più di un coetaneo italiano, le risorse pubbliche destinate all’Istruzione sono inferiori al 4% del Pil, quasi un punto in meno della media Ue.
E cercate di non ammalarvi, care concittadine e concittadini: secondo le ultime stime della Fondazione Gimbe, 90 mila medici hanno lasciato il Servizio pubblico, mancano più di 5.700 medici di famiglia e per rimediare all’emorragia negli ultimi 12 anni sono stati tolti 33 miliardi al personale sanitario. Una domanda facile: chi curerà l’Italia di domani? E un’altra, altrettanto semplice: chi pagherà le pensioni in un Paese dove la crisi demografica galoppa e i nuovi nati sono ormai la metà dei decessi? Dove andremo a spiaggiarci se la nostra percentuale di giovani è la più bassa di tutti i Paesi Ue e quella degli over 65 la più alta? Eravamo 60 milioni 300 mila nel 2014: quest’anno siamo scesi a 58 milioni 900 mila; secondo le previsioni Istat, nel 2050 passeremo a 54 milioni 700 mila e nel 2080 precipiteremo intorno ai 45 milioni, 13 in meno rispetto a oggi.
Care concittadine e concittadini, sarebbe ingiusto dare tutta la colpa di questo affresco poco rassicurante all’ultimo governo, come sarebbe illusorio pensare che cambiare maggioranza metterà d’incanto la nave Italia sulla giusta rotta. È però innegabile che le cose non stanno funzionando, e non sarà agitando paure o spettri di nemici spesso più immaginari che reali che si guiderà il Paese fuori dalle secche dove rischia di infilarsi.
I russi, i russi, gli americani, ma soprattutto «lo straniero», su cui le forze più forti dell’esecutivo stanno concentrando il fuoco della propaganda e dove l’opposizione, per timore di perdere consensi, esita a impegnarsi in una difesa che non sia quella generica dei diritti umani. Il caso del giovane algerino con divieto di dimora che a Milano sfregia una ragazza marocchina «colpevole» di averlo guardato non si ferma al gesto di un folle ma diventa il simbolo dell’islamico estremista che umilia a sangue le donne. Il colore della pelle, la religione, il Paese di provenienza, con particolare attenzione alla fedina penale di chi è venuto da fuori: saranno i temi caldi delle prossime Politiche, più di quanto lo siano stati nelle precedenti. Avete paura nelle vostre città? Trovato il colpevole. E quindi cacciamolo, anzi cacciamone più che si può, anche se hanno conquistato la nostra cittadinanza. È la politica dei sovranismi spinti, e monta da noi come in Germania o Francia, con l’America di Trump a fare da riferimento e locomotiva.
Giusto qualche dato per dare una misura al fantasma. In Italia vivono 5 milioni 300 mila stranieri. Quelli illegali sono circa 460 mila: per rimpatriarli tutti ci vorrebbero 127 anni. Tra stranieri liberi, in aumento, solo lo 0,4 per cento è recluso in carcere. Secondo il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, oggi un lavoratore su sette non è italiano; quelli extra Ue sono cresciuti del 35 per cento: 3 milioni e mezzo, più 800 mila europei. «Insieme sono quasi il 16% degli assicurati Inps, non poco», osserva Fava. Governando i flussi migratori e accompagnandoli con percorsi di formazione, integrazione, legalità, già contribuiscono alle nostre pensioni. Care concittadine e concittadini, scegliete chi vi pare ma prestate attenzione ai giochi di prestigio, a chi trasforma un’ombra in un’eclissi. I semi dell’odio producono piante esuberanti e a crescita istantanea. Difficile però che i loro frutti favoriscano il benessere e l’armonia di un Paese, di una comunità.
