La scrittrice: «La difesa di biblioteche e lettura diventi un impegno concreto. La Sicilia è sempre stata terra di immigrazione, siamo abituati alle diversità»
Da siciliana, Stefania Auci prova un senso di continuo sbigottimento: «Ogni volta che penso a Lampedusa non mi faccio una ragione di come un’isola così piccola sia rimasta da sola a affrontare una crisi – che poi non è una crisi, è una condizione ormai – per un tempo così lungo». E certo che appoggia la proposta di un Nobel per la Pace a Lampedusa: «Sono assolutamente d’accordo, anzi glielo avrebbero già dovuto dare, a Lampedusa e ai lampedusani, che hanno fatto della loro isola l’avamposto di un sistema costruito sulla buona volontà, una cosa unica».
Cosa l’ha colpita di più nel viaggio di Leone XIV a Lampedusa? Ci si può aspettare un’azione forte da parte del Papa nei confronti dei migranti?
«Da quello che vedo è un Papa che fa il Papa nel senso più profondo del termine. Non mi sembra un uomo dai gesti eclatanti o fuori dagli schemi, piuttosto uno che cambia le cose dall’interno, quieto, silenzioso e inflessibile. Mi sembra lucido, con uno sguardo aperto, adatto a seguire la velocità vorticosa con cui la società sta cambiando. Non soltanto è stato il primo a esprimersi in modo forte sull’intelligenza artificiale, ma il fatto di essere un americano che conosce il Sudamerica lo rende capace di uno sguardo trasversale. Non perde di coerenza, conosce le sue radici ma non si fa vincolare da esse. Possiamo aspettarci grandi cose da questo Papa».
Siamo in una fase in cui le mobilitazioni delle società civile sono molto sentite, sia sul fronte delle destre, sia sulla difesa dei diritti umani e civili. Più partecipazione o più polarizzazione?
«Sicuramente polarizzazione, siamo lontanissimi da quello che accadeva cinquant’anni fa con manifestazioni che portavano in piazza milioni di persone, era un’epoca che non tornerà più. Ma il fatto che anche oggi, nella società dei social, la gente abbia bisogno di guardarsi in faccia ed esprimere la propria posizione politica, soprattutto la generazione dai 30 ai 50, è una cosa che deve far riflettere. Non si può rimanere indifferenti, e se penso alle manifestazioni per Gaza a Palermo, la cosa che mi ha colpito è la presenza di insegnanti e studenti insieme, mi sembra un messaggio importante».
Fanno bene gli scrittori a partecipare alla vita pubblica, a far sentire la loro voce, a proporre progetti per la collettività?
«Sicuramente, perché se è vero che non esistono più gli intellettuali del passato, intesi come figure che avevano alle spalle una forza politica tale da consentire loro di orientare le opinioni pubbliche, è altrettanto vero che scrittori e scrittrici sono persone che possono portare e trasmettere la loro cultura e formazione, non solo attraverso i libri, ma anche attraverso le proprie parole».
È con questo spirito che lei ha dato vita agli «Olmi», il movimento civico per la protezione e costruzione delle biblioteche in Sicilia?
«La spinta è venuta dopo l’ultima grande frana a Niscemi: assieme a un gruppo di scrittori, scrittrici, giornalisti e persone di cultura siciliane ci siamo resi conto che la difesa della lettura e delle biblioteche doveva diventare un impegno concreto. Nei nostri incontri invitiamo le persone ad andare nelle biblioteche e a vederle non come luoghi polverosi e museali, ma come spazi vitali. Al Nord questa pratica è molto diffusa, al Sud ancora non abbastanza. Ma è proprio nelle piccole comunità che c’è bisogno di percepire questi luoghi come luoghi di aggregazione».
Avete raggiunto qualche risultato?
«Siamo riusciti a far riaprire Casa Professa a Palermo, una delle biblioteche storiche tra le più belle in Italia, anche se ancora gli orari di apertura non sono prolungati. Abbiamo riportato l’attenzione sullo scempio avvenuto all’archivio storico di Messina, che è stato portato via da Messina e trasferito in magazzini in provincia di Catania. Abbiamo tenuto alta l’attenzione su quello che avviene a Favignana, dove non solo la biblioteca era chiusa (fino a pochi giorni fa) ma versa in pessime condizioni anche l’Archivio del carcere del Forte di Santa Caterina. Siamo riusciti a far ricollocare la biblioteca di storia patria di Caltanissetta, sembrano cose piccole ma non lo sono. E parlare, “fare scruscio”, come si dice da noi, serve».
Conservare la memoria aiuta a intervenire sul presente?
«Sì, anche perché la Sicilia è una regione dalla memoria ibrida – come dice un mio amico che fa la guida turistica, “la Sicilia è come una lasagna” -. C’è tutta una stratificazione di dominazioni, di arrivi, di sbarchi, di inserti culturali… Ci sono stati i greci, i fenici, i romani, gli arabi, i normanni, i francesi. Siamo di fronte a una stratificazione unica. La Sicilia è sempre stata terra di immigrazione e emigrazione, noi a fare i conti con la diversità ci siamo abituati. Lo sa bene il vescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, che ha dato vita a un grande esempio di integrazione».
Quale?
«Ha affidato una chiesa sconsacrata alla comunità islamica locale perché ne facesse un luogo di preghiera, una moschea, in modo che i fedeli non fossero costretti a riunirsi dove capitava. È una persona che non fa grandi proclami, ma va avanti con spirito pragmatico e coerenza, proprio nello stile di Leone XIV».
Siamo bersagliati da messaggi in cui lo straniero è visto come minaccia e problema. Lei immagina davvero un futuro in cui la diversità diventerà un valore?
«L’integrazione secondo me passa solo da un canale: la scuola. Per tutte le persone che arrivano, trovare una scuola significa intanto imparare la lingua, e questo a sua volta significa capire e avere dignità. Scuola ed educazione non solo per chi arriva, ma anche per chi resta. Non sopporto quando negli uffici pubblici, negli ospedali, in qualsiasi struttura, si presenta una persona straniera e immediatamente viene apostrofata con il tu, anche con una certa malagrazia. L’educazione si ottiene lavorando in modo continuo sulla scuola. Smontare la scuola significa rinunciare a tutto questo».
Pensa che avrebbe senso portare dei libri a Lampedusa?
«Sì, molto senso. E insieme ai libri portiamo a Lampedusa anche i maestri, tanti maestri».
La paura dello straniero passerà mai?
«La paura dello straniero è ciclica, e torna nei periodi di crisi politica e economica, ma non è chiudendo le frontiere che si risolve il problema. Per non dire del fatto che quando sento parlare di chiusura delle frontiere un po’ sorrido: ma come si chiude il mare?».
