Dopo i festeggiamenti della Lega nel vicentino, con Matteo Salvini a sbandierare il vessillo della Serenissima sul palco insieme al governatore Luca Zaia, ci pensa ancora Forza Italia a smorzare gli entusiasmi

Non si placano le tensioni all’interno della maggioranza dopo l’approvazione del ddl Calderoli sull’Autonomia differenziata. Dopo i festeggiamenti della Lega nel vicentino, con Matteo Salvini a sbandierare il vessillo della Serenissima sul palco insieme al governatore Luca Zaia, ci pensa ancora Forza Italia a smorzare gli entusiasmi. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, in un’intervista stronca di fatto la riforma. L’Autonomia differenziata è «una legge monca di pezzi fondamentali», scandisce. «O la completiamo, – aggiunge – o corriamo il rischio di essere bocciati al referendum». Il deputato, dopo i dubbi sollevati nel merito dagli amministratori azzurri del Meridione, agita il timore sull’esito di un referendum abrogativo già annunciato dalle opposizioni.

Opposizioni verso il referendum
Il presidente dem Stefano Bonaccini, in vista delle dimissioni da governatore dell’Emilia Romagna dopo l’elezione a Strasburgo, parla di “tempi strettissimi” perché l’Emilia Romagna possa unirsi al fronte delle altre quattro Regioni “rosse” disposte ad avanzare la richiesta di referendum abrogativo (ne servono cinque). Sul suo sostegno alla proposta referendaria, però, non ci sono dubbi. «Il Pd si mobiliterà», rassicura. E i dem, insieme a M5s, Avs, +Europa, Azione e Iv sono già al lavoro per raccogliere le 500 mila firme necessarie. Mentre resta ancora in campo l’ipotesi, sostenuta in primis dalla presidente della Sardegna Alessandra Todde, di un ricorso dei governatori alla Corte Costituzionale.

Il nodo dei Lep e i poteri del premier
Intanto Mulè alza anche il muro sulla questione dei ivelli essenziali di prestazione. Alla legge, spiega, mancano «prima di tutto la definizione dei Lep e i soldi per finanziarli». Finché non verranno definiti, ammonisce, non potranno partire i negoziati tra Stato e Regioni. Sulla possibile assenza di risorse per i Lep, frena anche il capogruppo di Fdi alla Camera Tommaso Foti: «Se non ci sono soldi non si faranno le intese». Mulè approfondisce quindi il rapporto tra esecutivo e governatori, richiamando al rispetto della «facoltà del Consiglio dei ministri di limitare il campo delle materie oggetto d’intesa». Un riferimento velato ma non casuale, quest’ultimo, all’articolo 2 della legge approvata, plasmato anche grazie agli interventi di FdI e FI. Che attribuiscono al premier, così come ai ministri competenti, il potere di limitare il negoziato tra Stato e Regioni a singole materie.

Le mosse dei governatori leghisti
Non appena la legge sarà firmata dal presidente della Repubblica e pubblicata in Gazzetta, i governatori leghisti sarebbero pronti a chiedere subito il trasferimento delle competenze almeno su alcune delle nove materie per le quali non sono previsti i Lep (rapporti internazionali e con l’Unione europea; commercio con l’estero; professioni; protezione civile; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale; organizzazione della giustizia di pace). Mulè, però, lascia intendere che, anche su queste, l’ultima parola spetta all’esecutivo. Ai nervosismi interni alla coalizione di governo, si aggiungono anche i distinguo interni alla Lega. Con il candidato indipendente Roberto Vannacci, che resta freddo e spiega di non aver partecipato all’evento veneto perché ha «altro da pensare come eurodeputato».

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