Palazzo Chigi ora riflette su ulteriori misure coordinate con l’Ue. Lo sfogo di Crosetto: Ben-Gvir ha rotto
l video arriva mentre Giorgia Meloni sta per sedersi a tavola con Narendra Modi e Antonio Tajani. A Villa Doria Pamphilj, tra le delegazioni italiana e indiana già schierate e il protocollo pronto a partire, per qualche minuto si ferma tutto. Sul telefono della presidente del Consiglio scorrono le immagini diffuse dal ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir: gli attivisti della Global Sumud Flotilla costretti all’umiliazione, ripresi e derisi dopo il fermo in mare. La reazione è immediata.
«Così no», è il senso del ragionamento che parte dagli uffici della premier e arriva alla Farnesina. Nel giro di poco prende forma la convocazione dell’ambasciatore israeliano Jonathan Peled. La prima mossa europea, rivendicano dal governo, con tanto di ultimatum affidato da Tajani al segretario generale Riccardo Guariglia: «Liberi tutti entro domani (oggi, ndr)».
In realtà la tensione tra Roma e Tel Aviv covava da settimane. Ma stavolta, spiegano fonti vicine al dossier, «è stata superata una soglia politica e simbolica». Una «linea rossa» dice Meloni ai suoi. Anche perché l’incidente – che coinvolge ventotto italiani ancora trattenuti da Israele – arriva a valle di un piano che era stato preparato da giorni proprio per evitare uno scontro pubblico. L’idea iniziale, concordata tra diplomazie, era impedire che la flottiglia diventasse un caso internazionale. Prima i tentativi israeliani di bloccare l’imbarcazione nelle acque greche e cipriote, così da far sbarcare gli attivisti lontano dai riflettori. Poi, saltata quella soluzione per la resistenza opposta da Cipro e dalla componente turca presente a bordo, il piano B: accelerare i rimpatri, chiudere rapidamente le procedure, evitare immagini o provocazioni.
Il video diffuso da Ben Gvir ha fatto esplodere tutto. A Roma l’irritazione accumulata negli ultimi mesi si è condensata in poche ore. Dentro il governo ricordano il divieto imposto al patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa al Santo Sepolcro. Ma soprattutto gli attacchi israeliani contro le basi Unifil in Libano, dove operano anche i militari italiani. Episodi che hanno scavato una frattura sempre più evidente nei rapporti con il governo di Benjamin Netanyahu. Il clima lo racconta bene una scena avvenuta ieri mattina a Montecitorio. Guido Crosetto risponde alle domande dei cronisti, poi si gira verso i collaboratori e sbotta: «Ben-Gvir deve finirla, ha proprio rotto». Una frase che fotografa il livello di esasperazione raggiunto.
Eppure, nonostante tutto, l’Italia fino ad ora ha continuato a frenare sul fronte europeo delle sanzioni. Roma, ad esempio, è tra i Paesi che non hanno dato il via libera alla sospensione dell’Accordo di associazione tra Unione europea e Israele, la misura sostenuta dall’Alto rappresentante Ue Kaja Kallas e spinta soprattutto da Spagna e Slovenia per colpire economicamente Tel Aviv dopo la crisi umanitaria di Gaza. La linea ufficiale resta prudente: «Serve una decisione coordinata europea», ripetono dal governo ricordando che l’unanimità necessaria per i nuovi interventi, oggi, non esiste. Ma qualcosa si muove. Perché dopo l’adesione italiana alle sanzioni contro i coloni violenti, nel governo c’è chi non considera più impossibile un cambio di postura anche su altri dossier. Prima, però, bisogna riportare a casa gli italiani fermati.
Secondo gli accordi questa mattina alle sei riceveranno la visita consolare nel carcere di Ktzi’ot e, a meno di sorprese, dovrebbero ottenere il foglio di via necessario per raggiungere la Giordania in autobus o imbarcarsi da Tel Aviv. Solo dopo arriverà il momento delle valutazioni politiche. Anche perché, ragionano a Palazzo Chigi, la partita si intreccia con la campagna elettorale che incombe sia in Israele sia in Italia. Dopo lo scioglimento della Knesset avvenuto ieri e il voto anticipato previsto entro l’autunno, il timore italiano è che Netanyahu e soprattutto l’ala ultranazionalista rappresentata da Ben-Gvir trasformino ogni scontro internazionale in carburante elettorale interno. «Non vogliamo fare una guerra commerciale o di ritorsione a Israele» è il ragionamento della diplomazia italiana, «vogliamo che cambi politica e abbandoni le guerre come unica soluzione per costruire la sua sicurezza».
È anche per questo che Meloni continua a muoversi con cautela. Lo stesso ragionamento, del resto, ha finora impedito all’Italia di sostenere apertamente la proposta spagnola di sanzionare Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, ma non è detto che la linea non possa cambiare. Lo stesso vale per l’ipotesi franco-svedese di sanzionare i prodotti provenienti dai territori occupati. Fino ad oggi ha retto l’argine secondo cui a prevalere sarebbero il rischio di danneggiare migliaia di lavoratori palestinesi o quello di favorire la campagna elettorale degli esponenti più estremisti.
Almeno per ora, quindi, Palazzo Chigi resta fermo su una linea di pressione diplomatica crescente ma senza strappi irreversibili. La sensazione, però, è che il margine si stia assottigliando. E che il video di Ben-Gvir abbia aperto una fase nuova nei rapporti tra Roma e Tel Aviv.
