Con i bilanci degli atenei in rosso, in difficoltà ricerca, welfare e tutela dei deboli
Le vicende internazionali che caratterizzano le ultime settimane mettono in secondo piano tante altre notizie e tendenze che si sviluppano dentro la società e, soprattutto, piegano l’orizzonte sugli eventi quotidiani. Tra le dinamiche sottovalutate, una riguarda la sostenibilità finanziaria dell’Università pubblica, per l’effetto concomitante di fattori, molti dei quali richiederebbero già ora scelte precise da parte dei singoli Atenei all’interno della loro autonomia operativa e in contrasto con la loro dipendenza finanziaria. Non deve stupire che, persino un Ateneo di grande qualità e rigore contabile come quello di Padova, abbia recentemente dichiarato che la spesa per il personale ha raggiunto il finanziamento ordinario ricevuto dallo Stato (il cosiddetto FFO). Esso, peraltro, vale in media, ben più dell’80% delle entrate ordinarie delle Università pubbliche.
Sei sono i fattori che mordono e che richiedono l’accensione della spia rossa sui bilanci delle università.
1) La fine quest’anno del PNRR che, negli ultimi 5 anni, ha apportato un finanziamento straordinario di ben 11 miliardi di euro a tutte le attività e aree di competenza dell’Università (dal diritto allo studio, all’housing, al reclutamento, alle infrastrutture di ricerca, ecc.).
2) Il balzo delle spese per il personale che, rispetto all’anno pre-Covid, il 2019, sono aumentate a livello aggregato del 27% ben oltre il finanziamento ordinario, cresciuto del 20%, un tasso superiore a quello inflattivo, con un valore assoluto nel 2025 di 9,4 miliardi di euro. I fattori che hanno portato il costo del personale a livelli prossimi all’FFO sono quattro: l’aumento del numero di persone, siano essi docenti e ricercatori, sia personale amministrativo e tecnico; le dinamiche e gli automatismi di carriera, che hanno spinto rapidamente al massimo storico la somma di professori associati e ordinari; gli scatti di anzianità biennali che accelerano le dinamiche di costo; l’effetto degli adeguamenti inflattivi, che l’attuale crisi internazionale potrebbe accentuare per il prossimo futuro.
3) La decisione di molti Atenei, dopo l’introduzione della no-tax area governativa (l’intervento che azzera le rette universitarie per gli studenti universitari con ISEE al di sotto della soglia), di agire autonomamente innalzando ulteriormente la soglia stabilita centralmente. Non sorprende che, in pochi anni, la percentuale di studenti in Italia che non pagano le tasse universitarie abbia superato il 40%, con alcuni atenei ben oltre il 50%. Quando si sente dire che l’aumento della no-tax area da X a Y permette a ulteriori 1.000 studenti di non pagare una tassa media annua di 1.000 euro, non si riflette sul fatto che, trattandosi di decisione «irreversibile» (è difficile assistere a marce indietro su questi temi), essa vale, in termini attuariali e con un tasso di interesse del 5%, circa 20 milioni a regime. Un valore enorme per un bilancio che i rettori non quantificano nell’arco del loro mandato.
4) Gli investimenti immobiliari. Il recente rapporto dell’ANVUR, l’agenzia di valutazione dell’Università e della Ricerca, ha evidenziato la crescita delle sedi secondarie che, se da un lato ha avvicinato per molti studenti il luogo di studio rispetto a quello di residenza, dall’altro ha comportato e comporterà spese immobiliari (di acquisto, affitto e gestione) che appesantiranno i bilanci futuri. Si stima che le Università pubbliche possiedano più di 10 milioni di metri quadri di immobili e la crescita degli spazi è proseguita senza essere accompagnata da un proporzionale aumento del numero di studenti.
5) Lo sviluppo delle Università telematiche che, supportate dalle tecnologie di rete e con un modello di gestione privatistico, hanno raggiunto in pochi anni un numero di studenti superiore al 20% del totale. Difficile fermare il fenomeno senza politiche di differenziazione da parte delle Università in presenza che, in ogni caso, comportano investimenti ulteriori.
6) Da ultimo, ma non meno importante, la denatalità che inizierà a mordere dal prossimo anno e potrà ridurre gli iscritti all’università del 30% in 10 anni. Difficile compensare un così drastico calo con il flusso di studenti internazionali che, peraltro, il sistema universitario italiano non riesce a valorizzare da un punto di vista economico, a differenza di altri Paesi.
Insomma, ci sono tutti gli elementi per una tempesta perfetta. Le Università pubbliche sottolineano, a ragione, sia il valore del diritto allo studio, sia la loro autonomia operativa e anche finanziaria. Quest’ultima, tuttavia, non può essere intesa come libertà di spesa e presentazione del conto al Governo di turno. Una governance lungimirante si muove in tempo e prescinde tanto dalle ragioni di visibilità quanto dalla scadenza dei mandati rettorali. In ogni caso, chi si candida a guidare gli Atenei deve ben sapere che le promesse finalizzate al solo consenso senza una strategia sostenibile finiranno presto per apparire come illusioni con contraccolpi non indifferenti per tutti.
Non basterà scaricare le colpe sul Ministro di turno perché i prossimi Governi dovranno fronteggiare tante altre priorità che gli ultimi eventi mondiali non fanno altro che accentuare. Non dimentichiamo una citazione storica attribuita al nostro Alcide De Gasperi che, nell’immediato dopoguerra, definì la ricerca un lusso che l’Italia non si poteva permette. Una frase comprensibile nel contesto dell’epoca, quando le priorità erano la ricostruzione e il soddisfacimento dei bisogni primari e la ricerca era, peraltro, fortemente associata all’ambito militare. Oggi, malgrado un benessere assai diverso da quello dell’immediato dopoguerra, magari con termini differenti, rischiamo di ritrovarci allo stesso punto. Si corregga dunque la rotta fintanto che si è in tempo con scelte prudenti e mirate. L’ingresso dei giovani ricercatori e i servizi agli studenti siano le priorità. Tutto il resto sia, per dirla come Quintino Sella, «economia fino all’osso». Vale per l’Università e vale per tutta la spesa pubblica se vogliamo tutelare le fasce più deboli e difendere il nostro welfare di fronte alle sfide del nostro tempo.
