11 Dicembre 2025

La crisi dei ceti medi. La politica è prigioniera dello status quo. Bisogna sbloccare lo sviluppo e investire di più sul capitale umano

Due debolezze uguali e contrarie. Chi difende lo status quo (la destra al governo) e chi propone una «ridistribuzione della ricchezza» (la sinistra). Come è bene esemplificato sia dai caratteri della manovra finanziaria sia dalle reazioni dell’opposizione. Patrimoniale sì, patrimoniale no. Entrambi gli schieramenti eludono così il vero problema: quello della (debolissima) crescita economica, come ha osservato Nicola Saldutti (Corriere, 12 novembre). Perché in Italia gli stipendi sono bassi? Non c’è bisogno di avere fatto raffinati studi di economia, è sufficiente il buon senso, per capire il legame che c’è fra una crescita economica asfittica e lo stato di salari e di stipendi. Ciò chiama in causa la condizione dei ceti medi. I sociologi che studiano il fenomeno ci hanno reso edotti del fatto che il gruppo sociale un tempo definito «classe media» è diventato così ampio e diversificato al suo interno da rendere difficilissimo comprendere dove cominci e dove finisca. In larga misura, la complessità della società in cui viviamo deriva da un processo di diversificazione interna ai cosiddetti ceti intermedi. Eppure, sotto il profilo politico, è proprio ciò che accade a quei ceti ad avere le maggiori conseguenze. Storicamente, essi hanno sempre dato il maggiore sostegno sociale alla democrazia. E sempre al loro interno sono periodicamente sorti movimenti di protesta che l’hanno talvolta messa a rischio.
Quando intervengono processi di impoverimento dei ceti medi (o di una fascia rilevante di essi) ciò ha, alla lunga, ripercussioni profonde sulla forma di governo di un Paese.
I problemi sono molti ma, plausibilmente, il principale è dato dal fatto che a causa di uno sviluppo insufficiente, l’ascensore sociale si è bloccato: le persone dubitano che un miglioramento della loro condizione nel futuro sia possibile. E i pochi temerari che ancora si arrischiano a fare figli non hanno fiducia nel fatto che la propria progenie avrà condizioni di vita migliori o anche solo uguali a quelle di cui hanno goduto i genitori.
I rimedi per rimettere in moto l’ascensore sociale possono essere soltanto due: togliere le ingessature che bloccano lo sviluppo e investire massicciamente nel capitale umano. Si tratta da un lato di liberare le imprese, e chiunque voglia intraprendere, dai troppi vincoli e dai troppi oneri che devono sopportare. E si tratta, dall’altro lato, puntando sulla qualità dei sistemi di istruzione, sia di dare alle persone gli strumenti per adattarsi al meglio ai cambiamenti imposti dallo sviluppo tecnologico sia di mettere a disposizione del sistema produttivo un’ampia riserva di personale qualificato.
Gli economisti che discutono la manovra finanziaria in corso ci dicono che essa va promossa per quanto riguarda il rigore dei conti ma anche che sono insufficienti le misure volte a promuovere lo sviluppo. E poiché la manovra finanziaria è il documento che certifica le scelte di fondo di un governo, è in questo senso che si può legittimamente dire che il governo si limita a difendere lo status quo. Su questo punto, oltre che su proposte per migliorare la formazione del capitale umano, dovrebbe spendersi una opposizione non demagogica. Ma nulla di tutto questo avviene. Come mai? Ci sono tre risposte possibili. La prima chiama in causa gli orientamenti profondi del Paese. La seconda, l’assetto istituzionale. La terza, la debolezza culturale della classe politica. Plausibilmente, contano tutte e tre.
Per quanto riguarda gli orientamenti profondi stiamo parlando di una società che invecchia, in declino demografico. Una società siffatta apprezza il quieto vivere, è naturalmente conservatrice, apprezza poco l’innovazione. È una società piuttosto ricca che preferisce consumare la ricchezza anziché dare il proprio sostegno a innovazioni (che fatalmente rimetterebbero in discussione le routine quotidiane) tese a favorire il suo accrescimento. Anche il disinteresse per i problemi dell’istruzione e per lo scarso investimento nella formazione del capitale umano, è spiegabile tenendo conto che una società in declino demografico non è disposta a fare scommesse sul futuro, a lavorare per il bene di figli che, in larga misura, non ha.
Poi conta il sistema istituzionale: la struttura amministrativa come gli orientamenti prevalenti nei cosiddetti organi di garanzia. L’assetto istituzionale premia i poteri di veto (numerosi e forti a ogni livello), poteri in grado di contrastare, ritardare o impedire — e in ogni caso rendere molto difficile e costoso — qualunque tentativo di innovare.
Da ultimo, c’è la cultura politica. Una forza liberal-conservatrice lungimirante non si accontenterebbe di preservare l’esistente e i connessi equilibri. Né sceglierebbe la strada dell’agitazione demagogica una opposizione trainata da forze socialiste di conio non populista. L’una e l’altra troverebbero ampi punti di incontro nel riconoscimento di quanto serve al Paese per rilanciare lo sviluppo e metterne al sicuro il futuro.
Apparentemente quelli indicati sono ostacoli insuperabili. Ma la storia resta imprevedibile e le vie della provvidenza infinite e misteriose. Talvolta, l’innovazione si fa strada e si afferma quando meno te lo aspetti. Talvolta, tanti piccoli, quasi infinitesimali, movimenti, a lungo neppure notati dai più, preparano cambiamenti di più ampia portata. In un mondo in condizioni di acceleratissimo movimento è difficile restare a lungo fermi. Magari, le enormi sfide che l’Europa ha di fronte finiranno per trascinare anche un’Italia riluttante, la spingeranno a cambiare. In meglio, si spera.

A.N.D.E.
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.