11 Dicembre 2025

La scrittrice: «Una legge stabilisca il valore dell’altro. Mia madre mi insegnò a scappare»

Dacia Maraini, scrittrice, ha dedicato il suo lavoro alla voce delle donne, alla sua scoperta ed espressione, alla sua libertà. Ha fondato La Maddalena, il primo teatro femminista italiano, con Maricla Boggio ed Edith Bruck, rimasto attivo per quasi vent’anni.

Maraini, la violenza di genere agisce in molte forme: fisica, psicologica, economica, professionale. Quale ha subito di più?

«Io ho subito un po’ di tutto. Essendo una bambina bionda e timida, molti uomini adulti hanno cercato di mettermi le mani addosso. Per fortuna avevo una madre intelligente e autonoma che mi aveva insegnato a scappare. Poi, certo, c’è stata anche una discriminazione professionale. Prima di farmi prendere sul serio dal mondo letterario ho dovuto avere un gran successo popolare, quello di Marianna Ucria che ha venduto un milione di copie ed è stato tradotto in 25 lingue. Anche oggi mentre il mercato è aperto alle donne e ce ne sono tante che scrivono magnificamente, quando si va nei luoghi dove si stabiliscono i veri valori letterari, dove si creano i modelli per le prossime generazioni, le donne sono sempre due su venti».

Si può davvero sconfiggere tutto questo?

«Certo che si può, ma non in quattro e quattr’otto. Dopo tremila anni di cultura e pratica patriarcale, molte persone e molti popoli hanno introiettato i ruoli, tanto da considerarli naturali, dovuti a una differente struttura fisiologica. Per me il discorso della diversità fisiologica è pericoloso, scivola facilmente nel razzismo. La scoperta del Dna ci ha insegnato che siamo tutti uguali, le razze non esistono. Le differenze ci sono e sono tantissime ma dipendono dalla storia, dalla situazione geografica, dalla educazione, dalla situazione economica, dalla religione, perfino dalla alimentazione».

Il ministro della Giustizia Nordio ha detto che il codice genetico degli uomini non accetta la parità delle donne.

«Purtroppo penso che molti siano d’accordo con lui. Mi capita di sentire spesso anche donne che pensano allo stesso modo, magari modificando il concetto della diversità, sostenendo che le donne sono diverse ma migliori, incapaci di fare il male perché materne, dolci e accudenti. Ma se le donne non uccidono con la stessa facilità con cui lo fanno gli uomini non è perché sono più buone, ma perché sono state costrette a sublimare i loro istinti aggressivi. E questa sì che è una conquista storica che dovremmo fare imparare anche agli uomini. La sublimazione sta alla base dell’etica e di una buona convivenza. Imparare a controllare la gelosia, l’invidia, l’odio, la vendetta la rabbia, l’aggressività, vuol dire diventare buoni cittadini».

Crede nell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole?

«Certo. C’è bisogno di una legge che stabilisca il valore del rispetto dell’altro. Bisogna impararlo da piccoli, bevendo il primo latte. Se pensiamo che ancora pochi anni fa lo stupro non era considerato un delitto contro le donne ma contro la morale pubblica, si capisce quanto sia necessaria una legge che informi i più ignoranti cosa su vuol dire diritti paritari».

Non pensa che insistere sul fatto che debbano essere le famiglie a educare alla sessualità e alla affettività, in un Paese dove il lavoro di cura è largamente nelle mani delle donne, possa poi servire a colpevolizzare le madri?

«Non lo so. Penso che abbiano paura dei valori condivisi, delle leggi morali che regolano la condivisione dei diritti, paura dell’emancipazione femminile che vedono come la rottura di antiche e consolidate abitudini. Ma non si torna indietro, questo dovrebbero capirlo. Bisogna imparare a guidare e regolare le novità. Rifiutarle è come cacciare la polvere sotto il tappeto. Un atto di ipocrisia che non aiuta a vivere in armonia».

Perché la violenza aumenta soprattutto tra i ragazzi?

«I ragazzi sono troppo lontani dal Sessantotto e dal femminismo, due movimenti antiautoritari che facevano riflettere uomini e donne. Ci si interrogava, ci si confrontava e molti, i veri rivoluzionari, i più sinceri idealisti capivano e accettavano di perdere dei privilegi tradizionali. Oggi i ragazzi in generale (naturalmente ci sono ragazzi e ragazze straordinari che leggono, si informano, conoscono la storia, ma sono una minoranza) non conoscono il passato, nessuno glielo insegna. Fra l’altro viviamo in un momento di generale rifiuto della memoria, per adagiarsi passivamente in un presente che a molti pare comodo e facile, per altri insopportabile. Inoltre, molta della mancanza di responsabilità la attribuirei ai social che sono utilissimi per le brevi comunicazioni, ma se si vuole capire la storia, approfondire il pensiero, danno pessime informazioni e pessimi consigli».

Cosa prova quando legge l’ennesimo caso di femminicidio?

«Noto la costante, che c’è ed è chiara ormai a tutti: l’emancipazione femminile toglie agli uomini dei privilegi a cui molti, soprattutto quelli che identificano la propria virilità con il possesso e il dominio, non riescono a rinunciare. Preferiscono vedere morta la donna che considerano propria piuttosto che vederla andare via, o assumere posizioni di autonomia».

Ha mai provato fastidio per la retorica che si fa sulla violenza contro le donne? Ormai è diventata un brand e un’occasione reputazionale.

«Purtroppo c’è molta retorica, però penso che sia bene parlarne. Ho scoperto con sorpresa che in Francia i femminicidi sono più numerosi che in Italia ma se ne parla molto di meno, quindi la gente non si rende conto della gravità del problema. Voglio ricordare che l’Istat ha dichiarato recentemente la presenza di ben 45.000 femminicidi all’anno nel mondo. Solo in Messico ce ne sono otto al giorno».

Teme che il femminismo stia regredendo? Si parla molto della riscoperta delle virtù del focolare tra le ragazze più giovani.

«Purtroppo sì. Quelle idee circolano e si diffondono con una velocità che fa paura. E molta della colpa ce l’hanno la pubblicità, lo sport maschile, i social, un certo cinema che mostra solo violenza. E non parliamo del comportamento dei potenti, che danno un pessimo esempio».

Si parla anche molto della rinuncia delle donne più adulte alla relazione con gli uomini: lo chiamano “etero pessimismo”. Che ne pensa?

«Questo non lo so. A me non risulta. Mi sembra invece che ci siano ancora tantissime donne che si innamorano degli uomini sbagliati. Ripeto: tremila anni di storia non si cacciano via con una spallata. Sarà un lavoro lungo e ci saranno anche molti momenti di stasi e ritorni indietro. Ma alla fine vince chi capisce e prende in mano i nuovi valori, le nuove energie, le nuove idee. Chi cerca di fermare il tempo e tornare indietro, nella storia, alla lunga, perde sempre. A volte ci vogliono vent’anni – vedi il fascismo – per liberarsi di un regime illiberale e intollerante e misogino come era il fascismo».

A.N.D.E.
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