«Amicizia» con Israele e azioni militari coperte contro l’Iran. I dubbi delle altre monarchie petrolifere e l’ambiguità saudita

«Ci avete pugnalato alle spalle», sibilò la Guida suprema iraniana Ali Khamenei, sei anni fa, quando gli Emirati Arabi Uniti firmarono gli Accordi di Abramo con Israele. «Ci state pugnalando di nuovo», dice gelido Ebrahim Rezaei, portavoce del parlamento degli ayatollah. Nessuna sorpresa a Teheran, dunque, leggendo l’ultima rivelazione del Wall Street Journal: all’inizio d’aprile, mentre a Islamabad negoziavano una tregua, la guerra coinvolgeva già gli Emirati. E s’estendeva pericolosamente ad altri Paesi del Golfo — questa, sì, una sorpresa — come il colosso saudita: alla fine di marzo, dice Reuters, anche l’Arabia avrebbe bombardato più volte e segretamente l’Iran.
Dieci settimane per passare dall’ostilità diplomatica (mai nascosta) all’ostilità militare (mai ammessa): la svolta d’Abu Dhabi e di Riad significa che anche il Golfo è entrato in guerra? Ci sono delle differenze. Il 7 aprile, poche ore prima che Donald Trump annunciasse il cessate il fuoco, il presidente emiratino Mohammed bin Zayed s’era ormai convinto della necessità di far decollare i Mirage e i droni cinesi Wing Loong, ordinando in gran segreto un grande attacco contro l’Iran e colpendo gl’impianti petroliferi dell’isola di Lazan. Una scelta accompagnata a quella, storica, di rompere con l’Opec e di spiazzare i «fratelli» produttori di petrolio che, fino a poco tempo fa, producevano una medesima strategia militare. Molte alleanze stanno cambiando e oggi il Golfo è diviso sull’amicizia con Israele — Netanyahu ha appena inviato agli Emirati nuove batterie antimissile Iron Dome —, non sulla paura dell’Iran.
Gli Eau, però, faticano a convincere il Qatar o l’Oman a fare di più. E a spiegare che l’offensiva militare segreta si basa su una buona ragione di fondo, anzi, su 2.843: dal 28 febbraio, i pasdaran hanno lanciato su Abu Dhabi 580 missili balistici e 2.263 droni. Facendo 10 morti, dimezzando la produzione petrolifera, chiudendo Hormuz, spaventando gl’investitori e i turisti. Al contrario di Bin Zayed, invece, la monarchia saudita cerca ancora di tenere aperto un dialogo col nemico sciita: l’ambasciatore a Teheran non è mai stato ritirato e la navigazione del Mar Rosso consente a Riad di non soffrire troppo la chiusura dello Stretto. Alla fine, lo sforzo pubblico resta quello d’offrire agli Usa basi militari e spazi aerei, evitando di rivendicare apertamente gli attacchi agl’iraniani. Fate la guerra, è la strategia, ma non fate l’errore di proclamarla: se l’Arabia entrasse in un conflitto aperto, i pozzi petroliferi orientali verrebbero distrutti, gli impianti di desalinizzazione colpiti, il pellegrinaggio alla Mecca subirebbe conseguenze catastrofiche. «E Israele — avverte l’ex ambasciatore Turki al-Faisal — rimarrebbe l’unico attore in gioco nella regione».