Prima di parlare di forma di governo bisogna tener conto di di una comunità di base divenuta fragile e vulnerabile perché facile preda di manipolazioni, di persuasioni infondate, di «dipendenze»

Avremo bisogno di una «società che pensa di più». Lo ha scritto Mauro Magatti sul Corriere per indicare l’unica maniera per controllare i rischi di dominio dell’intelligenza artificiale nello spazio pubblico mondiale. Rischi che vedono tutti. Ad introduzione del G7 «italiano», la nostra premier Giorgia Meloni aveva parlato di possibile «assalto alla democrazia: per la difficoltà di distinguere il vero dal falso». Il Papa, per la prima volta partecipando ad un G7: e proprio per la sessione sulla intelligenza artificiale, ha ammonito contro il pericolo di «eclissi del senso dell’umano».
Ecco: ma come organizzare una «società che pensa di più» per preservare l’ autonomia del giudizio collettivo? Sembra sensato farlo rafforzando le istituzioni create per la riflessione in comune, per la mediazione fra i punti di vista, per il dibattito che fa rilevare la complessità delle cose, per il dubbio prima di deliberare. Insomma, si può fare se non affossiamo la «politica» come scelta ragionata, solidamente legata alle istituzioni che uniscono e legittimano, specie quando tutto il resto cambia.
Da questa essenziale angolatura, la questione istituzionale non appare più solo come cosa di giuristi, ma come cosa degli uomini in quanto tali. Questo nesso inevitabile lega quanto avviene nel nostro parlamento e la preoccupazione comune del G7.
A Roma una serrata disputa coinvolge la «forma repubblicana»: in nome del valore, peraltro condiviso, della «stabilità» di governo. Da un lato, il disegno governativo è che ad essa si arrivi con un solo atto istantaneo: l’elezione diretta del capo del governo assieme a quella di un «suo» parlamento. Il presidente della Repubblica diventerebbe notaio: e non più rappresentante della Nazione anche nelle emergenze critiche. Dal lato opposto, si chiede ugualmente di «stabilizzare» il governo, mantenendo però le autonomie costituzionali del parlamento e del Capo dello Stato. Per garantire cioè il «presidente del governo» contro le «degenerazioni del parlamentarismo»: senza chiudere però gli spazi del libero mandato parlamentare e della decisione deliberativa.
La scelta fra le due posizioni deve comunque tener assoluto conto del «vincolo esterno impolitico» che entrambe le sovrasta. La realtà cioè di una comunità di base divenuta fragile e vulnerabile perché facile preda di manipolazioni, di persuasioni infondate, di «dipendenze»: incontrollabili per la forza stessa del macchinario che le genera.
Si torna allora alla necessità di filtri umani contro questa perversione. Alla necessità cioè della «politica»: fondata su istituzioni che costituiscano «pietre di inciampo» alla diffusione di verità-non-vere. E si scopre anche che l’illusione della democrazia diretta è appunto una illusione: nelle condizioni attuali e ancor più future del mondo. Perché la sovranità popolare è espropriata dalla sovranità di tecniche che la possono circuire, mosse da chi riesce meglio a guidare la macchina della convinzione (magari con varie controfigure di generali, miliardari o influencer digitali).
Tra i «modi» con cui la sovranità popolare si esercita, secondo Costituzione, quello dell’atto solitario di una elezione diretta e «onnicomprensiva» è perciò il più esposto alla corrosione. Perché è ora molto più facile che «la democrazia possa uccidere la democrazia», come profetizzò, prima del nazismo venuto «dall’interno», un grande giurista tedesco. Non a caso, la Costituzione della nuova Germania eviterà accuratamente ogni forma di democrazia diretta: e fonderà sulla democrazia parlamentare del cancellierato il più «stabile» dei governi europei.
Abbiamo ospitato un G7 di riflessione sui possibili guasti mondiali: ignorarne subito dopo i risvolti in casa nostra sarebbe una fatale contraddizione.

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