A breve nuovi colloqui trilaterali: agli ucraini è chiesto un «atto di fede»
Fidarsi? Bella parola. È un atto di fede straordinario quello che nei colloqui trilaterali di Abu Dhabi viene chiesto agli ucraini. La trattativa è stata finora contraddetta da una contestuale strategia terrorista russa, con attacchi più violenti che mai contro la popolazione di Kiev e delle altre maggiori città (ieri sera Trump ha sostenuto di averne ottenuto da un Putin «molto gentile» la sospensione per una settimana causa «freddo record»: vedremo). Anche lo scambio, che sarebbe imposto dagli americani a Zelensky tra cessione di territori e garanzie di sicurezza, sa di condizione capestro. Ma è soprattutto la sensazione costante di un accordo, sottotraccia eppure sempre vivo, tra il presunto arbitro e una delle due parti a rendere traballanti le gambe del tavolo che presto dovrebbe riaprirsi. Due mesi fa, il Wall Street Journal svelò la trama dei «mediatori» trumpiani — il genero del presidente, Jared Kushner, e l’immobiliarista prediletto, Steve Witkoff — riuniti a Miami con il plenipotenziario d’affari russo Kirill Dmitriev.
Da lì sortirono i famigerati 28 punti d’un memorandum poi in parte abortito perché pareva scritto direttamente dal tiranno di Mosca e mal tradotto in inglese. Un mosaico d’interessi personali e societari composto attraverso i sauditi completa il copione: Jared, il cui principale asset del suo Affinity Fund potrebbe apparire la parentela, ha ricevuto a suo tempo due miliardi di dollari dal fondo sovrano guidato dal principe Mohamed bin Salman, al quale Dmitriev già dal 2019 aveva collegato il fondo sovrano russo che dirige. Due giganti energetici come l’americana ExxonMobil e la russa Rosneft (sotto sanzioni) hanno intrecciato, a margine della riunione di Miami, colloqui segreti puntando sul superamento della guerra nel nome del business.
Il Wsj parlò allora del proposito russo di «rimodellare la mappa economica dell’Europa creando una frattura fra l’America e i suoi alleati tradizionali»: un progetto che asseconda la dottrina trumpiana fatta di sfere di influenza e sfruttamento delle risorse di nazioni vassalle, nell’interesse degli Stati Uniti ma soprattutto della cerchia familiare di Trump. Putin sa bene quali tasti toccare col presidente Usa. Ora i protagonisti di ciò che Anne Applebaum definisce «un conflitto d’interessi su larga scala senza precedenti nella politica estera americana» sono i principali artefici della trattativa in corso nella capitale emiratina. Familismo al posto di diplomazia professionale: ciascuno giudichi quanto sia credibile un formato siffatto.
Nemmeno la storia induce a fidarsi. L’origine dei guai ucraini è l’accordo di Budapest del 1994 nel quale Kiev rinunciava all’arsenale nucleare ereditato dall’Urss, conferendolo a Mosca in cambio di garanzie sulla propria sovranità e integrità territoriale firmate da Stati Uniti, Regno Unito e Federazione Russa. Vent’anni dopo, Putin ha fatto strame di quell’intesa, impadronendosi della Crimea senza che nessuno in Occidente si interponesse seriamente. Il dittatore, traendo forza da questa mancata reazione, proseguì nel suo disegno di edificazione del Russkij Mir, lo «spazio russo», che somigliava sempre più al Lebensraum nazista: e invase l’Ucraina il 24 febbraio 2022. Il ritorno del suo migliore amico alla Casa Bianca lo ha incoraggiato a persistere. Perciò, a Trump, che ha sempre mostrato indifferenza per l’esito del conflitto («questa non è la mia guerra») sino ad abbandonare gli ucraini, Bill Clinton ha trovato modo di rispondere «no, questa è proprio la nostra guerra», pensando appunto alle responsabilità derivate dall’inganno di Budapest.
Ad Abu Dhabi la questione del Donbass appare, com’è ovvio, la più divisiva. La Casa Bianca ha smentito una ricostruzione del Financial Times sul baratto imposto a Zelensky tra sicurezza futura, garantita dagli Usa, e cessione immediata a Putin di quel quinto della regione separatista che in quattro anni non è riuscito a conquistare: ma, dato il rapporto fra Trump e la verità, la smentita fa sorridere, il ricatto è nei fatti. Zelensky sa che cedere sul punto sarebbe esiziale politicamente (in patria non glielo perdonerebbero) e strategicamente (salterebbe la cintura fortificata che protegge il ventre del Paese da una nuova avanzata russa). Certo, deve fingere gratitudine verso Trump per non averlo ancor più ostile. Ma, anche volendo bere la pozione letale, dovrebbe credere sul dopoguerra alla sua parola, sia pure avallata eventualmente dal Congresso. Il dettaglio è che Trump è il presidente meno affidabile nella storia recente degli Stati Uniti.
Nell’ultimo anno ha smantellato alleanze consolidate, umiliato e ricattato gli alleati, riportato Putin all’onore della scena mondiale con il vertice-farsa di Anchorage, tolto e messo dazi a capriccio usandoli come coercizione geopolitica, tradito gli interlocutori pubblicandone i messaggi personali. Persino i mansueti europei hanno capito che un punto di non ritorno è stato varcato quando il presidente americano ha minacciato di impadronirsi della Groenlandia, protettorato danese, col corredo di tariffe punitive per otto nazioni europee colpevoli di volerla difendere: una aggressione contro la Nato e la Ue per un obiettivo che, all’apparenza, non giustifica in sé un simile disastro; ma che, di sicuro, compiace molto Putin, il quale ha in cima ai desideri proprio lo smembramento della Ue e la fine della Nato. «Se Putin avesse voluto costruire il candidato ideale per servire i suoi propositi», ha scritto il saggista Franklin Foer, «la sua creatura da laboratorio sarebbe assomigliata a Donald Trump». Un giudizio severo, certo, che dovrebbe indurci tuttavia a rivedere l’idea stessa di fiducia. Può darsi che Trump sia perfettamente affidabile. Solo, non per l’Occidente o per ciò che ne resta.
