energia elettrica

Gli italiani vedono nella guerra una delle principali preoccupazioni. In questi ultimi anni ci sono state altre situazioni di crisi nel mondo. Alcune anche molto vicine che non si sono ancora concluse. Come l’attacco all’Ucraina dalla parte della Russia che vuole arrivare a minare la stabilità dell’intera Europa. Ma questa volta è diverso.

Quello che sta avvenendo a molta più distanza da noi, in Iran e nell’intera area del Golfo Persico, assume per il mondo e il nostro Paese contorni ancora più allarmanti. Per le conseguenze economiche sicuramente. Sono inquietanti le cronache dei quotidiani bombardamenti americani e israeliani con le reazioni iraniane ora anche su strutture civili come gli impianti di desalinizzazione dell’acqua, o produttivi come le strutture petrolifere e gasifere. Il crollo delle Borse, i rialzi in apertura dei mercati, che solo ieri sono stati del 10% per il petrolio e del 26% per il gas, avranno effetti su bollette e carburanti. Gli aiuti temporanei decisi dal governo in Italia serviranno forse a tamponare il malessere e il disagio. Il ripetuto succedersi delle crisi li rende importanti per superare il momento che speriamo sia breve.

Ma sono anche l’esempio della nostra debolezza e impotenza. Debolezze che sono il risultato di mancate scelte strutturali nella direzione dell’autonomia energetica. Quanto tempo abbiamo impiegato in dibattiti nei mesi e negli anni scorsi sul Green deal deciso dall’Europa? È stato bollato come ideologico l’invito ad accelerare sulla transizione energetica che prevedesse il passaggio graduale da un uso massiccio di fonti fossili come petrolio e gas all’utilizzo delle rinnovabili.

Ma invece di concentrarsi sui cambiamenti delle regole, come peraltro poi è avvenuto e sta avvenendo da parte dell’Europa, si è preferito inviare messaggi che facessero intendere una sorta di retromarcia sulla transizione energetica stessa. Quel «Green deal ideologico» è diventato uno slogan. Si è tramutato in un confortante ritorno al passato piuttosto che l’agire di un Paese che voleva camminare spedito verso la sicurezza e, per quanto possibile, autonomia energetica.

L’autonomia non può più prescindere da un crescente prevalere delle fonti rinnovabili e anche di quel nucleare bocciato, anche qui ideologicamente, sull’onda dell’emotività. E non della razionalità, che oggi ci deve però ricordare che l’apporto del nucleare arriverà forse a partire dal 2035. Ci sono stati Paesi in Europa come la Spagna e la Francia che negli anni passati hanno compreso quale fosse la sfida. A prescindere dai colori dei governi. Cosa che ha permesso e permette loro oggi di far pagare l’elettricità la metà di quanto la pagano cittadini e imprese italiane. A prezzo di black out certo come accaduto in Spagna; che ha però consentito di imparare dagli errori piuttosto che non fare niente per paura di sbagliare o di perdere consensi.

Nel 2025 in Italia le nuove installazioni di fonti diverse da quelle fossili, dopo quattro anni di crescita, sono scese dell’8,2%, come rilevato ieri dall’Anie rinnovabili, l’associazione confindustriale di settore. Nonostante l’impegno del ministero, l’evoluzione e la continua complicazione normativa ha di fatto ostacolato la marcia verso una maggiore indipendenza dai produttori di fonti fossili. Quella dipendenza che ieri era nei confronti della Russia, oggi in parte è dall’area del Golfo Persico e anche nei confronti degli Stati Uniti diventati tra i nostri principali fornitori.

C’è un’altra ragione che ci spinge a sottolineare la diversità di questa crisi da tutte le altre che l’hanno preceduta. Cosa che rende più comprensibile la paura per questa guerra come prima preoccupazione degli italiani certificata dalla survey di Monitoring Democracy, l’osservatorio della Bocconi, in occasione dell’iniziativa Pact4future. C’è un tema di alleanze, di reti da costruire da parte di medie potenze come la nostra. Medie potenze che non possono non fare dell’apertura e dei commerci uno dei loro pilastri dello sviluppo. È stato il premier canadese Mark Carney al Forum di Davos a introdurre l’argomento prima ancora della crisi attuale. Ma oggi più che mai quello delle alleanze e il consolidamento dell’Europa devono essere al centro del nostro agire. Qualcosa sta accadendo. Il piano di sei Paesi, Italia, Regno Unito, Francia, Olanda, Germania, Giappone, per tenere aperto lo Stretto di Hormuz ne è un esempio.

Gli attacchi di Israele e degli Stati Uniti all’Iran con le reazioni tremende di Teheran tese a creare il caos, le sprezzanti parole di Donald Trump nei confronti della Nato ancora ieri, pongono un interrogativo pesante su quale sia la strategia alla base delle scelte dell’amministrazione americana. Quali siano stati gli esiti che si prefiguravano al momento di scegliere la strada del conflitto aperto e diretto in un’area così delicata.

La violazione del diritto internazionale non è soltanto questione per giuristi e fini analisti geopolitici. Il blocco dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran sta gettando ombre su interi continenti, dall’Europa all’Asia, all’Africa. Non soltanto sul versante energetico, ma anche su altri settori correlati come l’agricoltura. Vero che la guerra fosse già in atto da decenni da parte dell’Iran. Ma violazioni delle regole plateali così massicce che seguono percorsi non trasparenti, rendono precarie anche le basi per le risoluzioni delle crisi. La conseguenza più evidente è che la strada della diplomazia diventa più impervia. Non basta e non basterà per noi, come per tutte le altre medie potenze, prendere solo atto di questa inedita evoluzione degli equilibri mondiali.

A.N.D.E.
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