Se il mondo non sarà mai più quello di prima, allora anche il Vecchio Continente non potrà mai più essere quello che sperava
Se il mondo non sarà mai più quello di prima, allora anche l’Europa non potrà mai più essere quello che sperava. Non solo ciò che è oggi, il suo deludente presente, è dunque scavalcato e messo in discussione nel nuovo ordine mondiale. Ma anche ciò che avrebbe voluto essere, le sue aspirazioni e ideali, il modo in cui si è immaginata.
Questa logica è così dura che molti sinceri europeisti la rifiutano, raccontando a sé stessi una confortevole storia: si dicono che ciò che sta accadendo non è in realtà una rottura, ma solo una transizione.
Che prima o poi tutto tornerà come prima, che basta dare un paio di basi in Groenlandia a Trump e una fetta in più del Donbass a Putin per rimettere in piedi il mondo di un tempo. Credere a questa favola è infatti rimasta ormai l’unica possibilità per poter ancora credere nell’Europa che fu.
Proviamo a riconsiderare uno per uno i valori intorno ai quali è nato e si è sviluppato questo grande progetto di unificazione del Vecchio Continente, e vedremo che nel nuovo mondo sono tutti diventati obsoleti.
Il primo, e fondamentale, è l’idea di portare la pace nella Storia. La Comunità europea del carbone dell’acciaio, e poi il Mercato comune, e poi l’Unione scaturiscono tutti dall’intenzione di mettere per sempre fine alle guerre civili europee che ben tre volte in un secolo (la guerra franco-prussiana del 1870-71, la Grande guerra del 1914-18, la Seconda guerra mondiale del 1939-1945), insanguinarono il continente e il mondo intero.
Si può dire perciò che nell’abbraccio franco-tedesco del dopoguerra risuonasse l’eco della «pace perpetua» di Immanuel Kant, oltre che le note dell’Inno alla gioia di Beethoven. E invece oggi la guerra è tornata a essere un modo abituale di «risolvere le controversie internazionali», esattamente all’opposto di quanto scritto nella nostra Costituzione.
Di conseguenza, anche l’idea che l’Europa potesse imporsi come «forza gentile», secondo l’ossimoro inventato da Tommaso Padoa-Schioppa, non è più realistica. Oggi conta la «forza forte», di quella gentile nessuno sembra farsene nulla. Forza militare, in primo luogo. Che l’Europa non ha, non ha mai voluto darsi, e che stenta a darsi ora.
Terzo problema: nata come esempio e modello di cooperazione tra Stati sovrani, oggi l’Europa si trova ad agire in un mondo in cui l’interesse nazionale, o imperiale, prevale su ogni ipotesi di collaborazione nei fori multilaterali. Trump vuol sostituire il Consiglio di sicurezza dell’Onu con un Consiglio di amministrazione per la Pace dove si entra a pagamento e comanda lui. È uscito da 66 organizzazioni internazionali, e da tempo non paga le quote all’Onu. La Russia di Putin obbedisce solo al richiamo espansionista neo-imperiale, e perciò calpesta abitualmente frontiere e diritto all’autodeterminazione dei popoli.
Insomma: non è soltanto che l’Europa arranca perché non ha ancora adeguato i suoi strumenti di azione ai propri ideali. È proprio che i suoi ideali sono passati di moda nei rapporti internazionali.
Che fare, allora? Cambiare ideali, se si vuole sopravvivere. L’Europa possibile è meglio di nessuna Europa. Bisogna tornare indietro al tempo della caduta del Muro di Berlino, quando Francia e Germania decisero di far nascere la moneta unica prima e invece di un potere politico e militare unico. Si tratta di sostituire all’opzione del «soft power» scelta allora, l’«hard power» che serve oggi.
Ciò vuol dire cambiare totalmente l’approccio a tutti i grandi problemi di cui da tempo dibatte l’Unione. Innanzitutto, dibattendo meno; privilegiando l’azione al consenso.
Si dice spesso che, a questo fine, bisognerebbe eliminare la regola dell’unanimità. Ma qualcuno crede davvero che sia possibile? Ci vuole l’unanimità per abolire l’unanimità. Probabilmente il processo di integrazione ha ormai raggiunto il suo zenit, e più di così non si può fare. Non a caso, le scelte politiche più rilevanti in politica internazionale vengono già ora prese al di fuori delle istituzioni dell’Unione. I «volenterosi» sono un format cui partecipano solo alcuni Stati europei e anche Stati fuori dall’Europa, come il Regno Unito. Gli aiuti militari all’Ucraina vengono già oggi forniti dai singoli Stati, e non da tutti. Esiste insomma già una specie di «opt out», per cui si può agire senza aspettare chi non vuole, così come si potè fare l’Euro senza costringere gli inglesi e i danesi a parteciparvi.
Probabilmente è questa la strada da percorrere: costruire nuclei di azione confederata. Per difesa e politica estera ciò vuol dire una specie di Nato europea, con il suo baricentro nell’Europa del Nord e il suo carburante nel riarmo tedesco.
In secondo luogo, si deve accettare come un dato di fatto il ritorno nella Storia della sovranità nazionale, invece di continuare a lamentarsene. Anche perché gli elettori in Francia, Germania, Gran Bretagna (e Italia) sono sempre più restii a nuove cessioni di sovranità e gonfiano il consenso dei partiti cosiddetti «sovranisti». Dovremmo pur inventare un modo per salvare l’Unione se per caso le destre vinceranno le prossime elezioni a Parigi o a Berlino! Non si polemizza con la realtà. Meno Bruxelles per salvare l’Unione non sembra uno scambio sconveniente. Anche perché le opinioni pubbliche, spaventate per ciò che accade nel mondo, chiedono oggi all’Europa non di dissolversi, ma di proteggerle.
Dell’esigenza di dotarsi di un deterrente militare (anche nucleare), e della necessità di liberare le energie dell’intelligenza artificiale (perché senza tecnologia non c’è neanche difesa), si è già detto tutto. Ma «hard power» vuol dire anche altre cose.
Per farsi rispettare da Donald Trump, per esempio, l’emissione regolare di debito comune varrebbe quanto un nuovo sofisticato sistema di armamenti, e certamente più di una ritorsione di contro-dazi. Sarebbe un’alternativa risk-free ai Bond statunitensi per gli investitori, dunque un concorrente formidabile per il debito americano, forse la cosa che più teme la Casa Bianca, visto il bisogno vitale che ha di indebitarsi a tassi bassi.
Oltre a toccare il tallone d’Achille della presidenza imperiale degli Stati uniti, una tale mossa rappresenterebbe anche il maggior passo di integrazione europea oggi immaginabile. E non c’è neanche bisogno di Orbán per farlo.
