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Quando nascerà uno Stato palestinese, dobbiamo far sì che tale Stato goda di un super piano Marshall: un piano che consenta la costruzione di una florida economia alla luce del sole

Strano che sulla superficie di Gaza non si sia visto fino al 6 ottobre 2023 niente di paragonabile al tunnel sotterraneo scoperto due giorni fa dall’esercito israeliano. Un’opera di ingegneria sofisticata, frutto evidente di un impegno ad alta specializzazione di cui non si conosce un equivalente all’aperto su quel lembo di terra che è in mano ai palestinesi da ben diciotto anni. Segno che se ci si applica anche su quella minuscola regione, pur in condizioni di vita certo difficili, è possibile costruire impianti capaci di alleviare l’esistenza agli oltre due milioni di abitanti. E molte altre cose ancora, tutte allo scopo di elevare il tenore di vita di quelle masse di esseri umani prossime alla disperazione. L’ingegno c’era. E i soldi anche.
Ha scritto ieri su queste pagine Guido Olimpio che la galleria scoperta dagli israeliani è lunga 4 chilometri, scavata, nel punto massimo di profondità, 50 metri sottoterra, vicino alla postazione di confine di Erez. La gigantesca costruzione nel sottosuolo, proseguiva Olimpio «dispone di numerose diramazioni, tutte nel territorio palestinese ed è provvista di rete elettrica, apparati di comunicazione, porte blindate». Ed è in grado di «consentire il passaggio di mezzi». Particolari ben diversi, notava sempre Olimpio, rispetto a quelli adottati nei cunicoli «difensivi» che sono di misure contenute, con aperture ridotte. Misure e aperture «concepite per cogliere di sorpresa» le unità militari del nemico, spesso utilizzate come «postazioni di tiro per razzi o lanciagranate». Oppure per facilitare la missione dei cecchini.
Secondo alcune indiscrezione l’ideatore di questa imponente opera in profondità sarebbe Mohammed Sinwar, fratello del leader di Hamas Yahia Sinwar. La prova consisterebbe nel fatto che Mohammed appare in un video sullo scavo del tunnel. Ma in tempo di guerra è doveroso dubitare di «prove» che diano ragione o torto sia ai palestinesi che agli israeliani.
Il tunnel però c’è. Così come ce ne sono a centinaia altri più piccoli ai quali assai spesso si accede da ingressi o botole situati in scuole e ospedali. Scuole e ospedali che talvolta nascondono anche depositi di armi. La prima idea che ci viene in mente, data l’ubicazione degli accessi, è che questi cunicoli sotterranei siano serviti a trasportare libri, attrezzature scolastiche o medicinali nel modo più celere possibile, al riparo dal traffico davvero caotico di Gaza. E che le armi occultate negli edifici servissero a scoraggiare qualche malintenzionato che avesse voluto impadronirsi di quelle medicine o di quei testi di scuola. Ad un tempo, dobbiamo ammettere, però, che l’ipotesi da noi stessi accreditata secondo cui l’opera è stata concepita per evitare il caos di automobili e motociclette appare di una qualche fragilità. L’altra ipotesi da prendere in considerazione è che questo reticolato a cinquanta metri sotto il suolo costituisse un’infrastruttura militare. Finanziato oltretutto con quel miliardo e passa di fondi europei destinato a fondi per pagare pensioni e stipendi ai dipendenti pubblici. E semmai alla costruzione di opere benefiche.
Crediamo sulla parola alle notizie che ci offrono in tal senso le agenzie delle Nazioni Unite e l’ambasciatore palestinese presso la Ue Abdelrahim Alfarra secondo i quali quegli euro sono stati e saranno sempre destinati esclusivamente a fini umanitari. Sarebbe davvero mostruoso se una parte pur minima dei soldi europei (persino quelli dei contribuenti volontari) fossero stati impiegati nella costruzione di edifici di copertura per gli ingressi di strutture militari. Oltretutto presentati, quegli edifici, come scuole, ospedali, o parchi giochi. Non possiamo credere che sia accaduto. Neanche una sola volta.
In ogni caso quando tutto questa stagione di guerra sarà terminata, allorché — dopo aver superato prevedibili difficoltà — nascerà (ne siamo certi) uno Stato palestinese, dobbiamo far sì che tale Stato goda di un super piano Marshall. Un piano di proporzioni tali che gli consenta di costruire una florida economia alla luce del sole. Con tutto quel che serve in materia di strade, ferrovie, trasporto aereo. E che non si senta più incoraggiato a procedere con scavi per infrastrutture sotterranee del genere di quelle di Gaza. Nessun alibi deve essere concesso ad Hamas o a qualunque organizzazione dello stesso tipo ne prenda il posto. E nessun pretesto deve essere concesso all’esercito israeliano di gettare razzi e bombe sui civili. Mai più.

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