12 Febbraio 2026
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l leader Usa fa tremare Davos: «La voglio senza usare la forza, è soltanto un pezzo i ghiaccio». Minaccia gli alleati, sbeffeggia Macron e invoca “un’Ue forte”. Poi cambia radicalmente idea: «Accordo fatto con la Nato». E fa retromarcia sui dazi aggiuntivi

L’uragano Donald si è fermato in serata. Dopo aver scosso Davos con rivendicazioni territoriali, minacce commerciali e un attacco frontale all’Europa, Donald Trump ha corretto la rotta a fine giornata, annunciando che gli Stati Uniti non imporranno i dazi previsti contro i Paesi europei contrari alla sua iniziativa sulla Groenlandia. La decisione, comunicata sui social dal presidente, arriva dopo un incontro con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, e segna una parziale retromarcia rispetto alla linea coercitiva adottata nelle ore precedenti. Trump parla di un «quadro di un accordo futuro» sull’isola artica e sull’intera regione, senza chiarirne i contorni, mentre Copenaghen ribadisce che non esistono negoziati sulla cessione della Groenlandia.
Il primo pomeriggio era iniziato con tutt’altro tono. Aggressivo e propenso all’attacco, Trump ha tenuto col fiato sospeso il Gotha della finanza mondiale per oltre 90 minuti. Poi, dopo i colloqui con i ceo di Wall Street, qualcosa è cambiato. Alla Congress Hall del World Economic Forum, Trump aveva trasformato il vertice della globalizzazione in una piattaforma di “America First”, reclamando la Groenlandia come asset strategico indispensabile per la sicurezza globale e accusando l’Europa di declino economico e debolezza militare. «È un piccolo pezzo di ghiaccio che serve per la protezione del mondo, ma non ce lo vogliono dare», aveva detto, avvertendo che Washington avrebbe ricordato chi avesse scelto di opporsi. «Amo l’Europa, ma non sta andando nella giusta direzione», aveva aggiunto, davanti a una platea composta e poco incline all’applauso, mentre alla Usa House, il santuario americano sulla Promenade di Davos, i sostenitori seguivano il discorso come un comizio.
Nel suo intervento Trump aveva rivendicato i risultati della sua amministrazione, attaccando il predecessore Joe Biden e sostenendo di aver riportato l’economia americana in pieno boom nel giro di un anno. Aveva poi rotto un’altra convenzione diplomatica, continuando la battaglia politica interna dal palcoscenico internazionale e usando l’Europa come termine di paragone negativo. Le politiche ambientali erano finite nel mirino, con le energie rinnovabili bollate come «truffa verde» e le pale eoliche descritte come simbolo di declino economico. Germania, Regno Unito e Francia erano stati citati come esempi di scelte sbagliate, in un discorso che alternava economia, politica estera e stoccate personali (con un richiamo poi al bisogno di «un’Europa forte», che deve «uscire dalla cultura dell’autodistruzione in cui si è infilata»), passando senza soluzione di continuità dagli Stati Uniti al Venezuela, dalla Nato alla Groenlandia.
Proprio l’isola artica era diventata il fulcro del messaggio politico. Trump aveva sostenuto che solo gli Stati Uniti sono in grado di difendere la Groenlandia e renderla sicura «per l’Europa e per il mondo», affermando che Washington avrebbe dovuto mantenerne il controllo dopo la Seconda guerra mondiale. Da qui, la richiesta di «negoziati immediati» per l’acquisizione, accompagnata da una minaccia destinata a risuonare nelle capitali europee: «Possono dire sì e saremo riconoscenti, oppure dire no e ce ne ricorderemo». Pur escludendo l’uso della forza, il presidente aveva lasciato intendere che l’alternativa sarebbe passata attraverso una pressione economica.
Il messaggio più destabilizzante era arrivato sull’Ucraina. La guerra, secondo Trump, è una questione europea. «Devono occuparsene loro, non noi», aveva detto, sottolineando la distanza geografica tra Stati Uniti e continente europeo. Una linea che ha raffreddato le aspettative di Kiev, mentre lo stesso Trump metteva in dubbio la solidità dell’impegno Nato, chiedendosi se l’Alleanza sarebbe intervenuta in difesa degli Stati Uniti in caso di attacco.
In serata, però, il clima è cambiato. Dopo l’incontro con Mark Rutte, e dopo i commenti ricevuti dai colossi di Wall Street, Trump ha annunciato che i dazi previsti dal primo febbraio contro diversi Paesi europei non entreranno in vigore. «Abbiamo formato il quadro di un accordo futuro riguardo alla Groenlandia e all’intera regione artica», ha scritto, aggiungendo che sulla base di questa intesa le tariffe vengono sospese. I dettagli restano indefiniti, soprattutto alla luce del no danese a qualsiasi trattativa sulla sovranità dell’isola a giurisdizione danese.
I mercati hanno reagito con sollievo alla distensione: le Borse americane sono salite, il dollaro si è rafforzato e i titoli di Stato hanno esteso i guadagni, dopo giorni di volatilità alimentata dalle minacce commerciali. Già prima dell’annuncio, alcuni membri dell’amministrazione avevano cercato di smorzare i toni. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, aveva invitato gli alleati a «fare un respiro profondo» ed evitare ritorsioni, mentre il segretario al Commercio, Howard Lutnick, aveva assicurato che la crisi si sarebbe chiusa «in modo ragionevole».
Nonostante le premesse iniziali, Trump ha confermato di non voler ricorrere alla forza sulla Groenlandia e ha annunciato ulteriori colloqui sul sistema di difesa missilistica Golden Dome, che considera legato al controllo dell’Artico. Le trattative, ha detto, saranno affidate al vicepresidente JD Vance, al segretario di Stato Marco Rubio e all’inviato speciale Steve Witkoff. E, intanto, resta ancora irrisolta la questione Ucraina. Anche in questo caso, la chiarezza non è stata evidente. Prima il presidente Trump ha detto che avrebbe incontrato in serata il presidente ucraino Volodymir Zelensky, che invece era a Kiev dopo gli ennesimi attacchi russi. Poi, dopo la puntualizzazione degli emissari statunitensi in loco, la nuova precisazione: l’incontro ci sarà oggi, a Davos. Un altro momento che ha reso irrequieti gli investitori globali presenti al Congress Centre.

Trump a Davos: “Europa irriconoscibile, non sta andando nella giusta direzione”
A fine giornata, Davos restituisce l’immagine di un presidente che alterna pressione e ripiegamento tattico. L’attacco frontale di fronte alla platea del Wef ha mostrato un’America pronta a riscrivere i rapporti con l’Europa in chiave muscolare. La frenata serale suggerisce che, almeno per ora, anche l’uragano Trump deve fare i conti con alleati, mercati e limiti della realtà. Fuori dalla narrativa Maga, più vicino alla concretezza del mondo reale.

A.N.D.E.
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