Se Trump prosegue per la sua strada la Ue deve tracciare una linea rossa oltre la quale non possa andare
Fino a una decina di anni fa lo skyline di Nuuk, in Groenlandia, era dominato da un edificio mastodontico. Il Blok P, costruito negli anni Sessanta su iniziativa della Danimarca, ubbidiva ai principi sobri e funzionali dell’architettura modernista e all’esigenza tutta europea di forzare l’inurbamento della popolazione locale. A pieno regime ospitava più di trecento famiglie.
Peccato che gli architetti modernisti non avessero ben presenti le usanze inuit. Con il vestiario invernale addosso, i pescatori non passavano dalle porte e molte vennero sradicate subito. Gli armadi erano troppo piccoli per l’attrezzatura, che lasciata sui balconi e nei corridoi creava rischi di sicurezza seri. I tubi dell’acqua erano intasati di continuo dai coaguli di sangue dei pesci, eviscerati nelle vasche da bagno. Da sogno di modernizzazione, il Blok P era diventato in fretta un simbolo di alienazione, alcolismo e povertà. Una riserva indiana delle peggiori, ma in stile scandinavo. La demolizione è stata completata nel 2015. Gli altri blok, i fratelli minori del P, sono ancora al loro posto.
Questa parabola urbanistica è solo una delle innumerevoli che si possono raccontare sulla colonizzazione della Groenlandia. Ma mette in luce un aspetto che accomuna molte colonizzazioni, lontane nel tempo e nello spazio: chi si appropria di un altro luogo quasi sempre lo fa senza prendersi il disturbo di capirlo. Magari una certa comprensione arriva in seguito, con la consuetudine, ma all’inizio no. All’inizio ciò che conta è solo estrarre. Estrarre tutto quello che si può, di materiale e di immateriale.
È ciò che in Groenlandia vuole fare anche Donald Trump. Un pregiudizio positivo ci suggerisce che chi, come lui, ha il potere di certe azioni smisurate abbia anche un livello di consapevolezza proporzionale. E se non lui, almeno qualcuno dei suoi. Ma è una falsa speranza. È probabile che Donald Trump e i suoi sappiano poco della Groenlandia, degli inuit e della loro storia, dell’equilibrio fragilissimo di quell’ecosistema. E che siano poco interessati a saperne di più. Conoscere non è mai stato un prerequisito fondamentale della logica estrattivista. E l’artico è un luogo particolarmente difficile, chiuso in sé stesso, ostico e misterioso, con un isolamento diverso da qualunque altro sul pianeta, soprattutto nei mesi invernali. Se l’hanno equivocato a lungo da Copenhagen, figurarsi da Mar-a-Lago.
Ormai Donald Trump ha reiterato troppe volte la minaccia per non passare all’atto. Riguardo ai propri desideri — questo gli va riconosciuto — si sta dimostrando nel secondo mandato un uomo di parola. Se per il Venezuela ha imbastito la narrazione di comodo del narcotraffico (senza poi impegnarsi troppo a sostenerla), per la Groenlandia non cerca nemmeno una scusa. «La vogliamo, ci serve». D’altra parte, anche la giustificazione delle azioni espansive è un retaggio del passato recente, mentre Donald Trump è molto più antico e insieme molto più nuovo di così. L’apparato di regole internazionali stabilite nel secondo novecento non gl’interessa, lo considera obsoleto. Se una cosa puoi prenderla, te la prendi, che altro motivo dovrebbe servire? L’occasione è di per sé la giustificazione.
Da scoprire, perciò, rimangono solo il come e il quando lo farà. Tutti ci aspettiamo per la Groenlandia un approccio più soft di quello venezuelano, è Europa, è NATO, accidenti! Ma è possibile che si riveli un’altra falsa speranza. È possibile, in effetti, che «Europa» e «NATO» siano altri due concetti nostalgici ai quali solo noi restiamo aggrappati.
Trump ha lasciato intendere di voler «comprare» l’isola più grande del mondo con tutti i suoi minerali e il suo ghiaccio e la sua desolazione. È una prospettiva affascinante ma difficile da immaginare nella pratica. Al contrario, sulle forme di interferenza da esercitare ha solo l’imbarazzo della scelta. Forse riuscirà a imporre un referendum, forse incaricherà qualche grande gruppo privato di occuparsi del lavoro sporco; forse scatenerà un colpo di stato (da quasi un anno ci sono elementi che operano all’interno della società groenlandese per sfaldarla, a Nuuk li hanno presenti uno per uno). O magari si farà prendere dalla fretta per le elezioni di midterm e userà la forza militare pura e semplice, chi può dirlo.
E forse, alla fine di tutto, i groenlandesi saranno davvero più ricchi grazie a Trump, proprio come lui ha promesso. Io mi permetto di dubitarne. I sogni coloniali, che sono sempre sogni altrui, fanno più spesso la fine del Blok P.
Ciò che è certo è che per il momento i groenlandesi non sembrano esistere in questa vicenda. Le loro aspirazioni, il loro diritto all’autodeterminazione. Nulla. Proprio come nelle peggiori storie coloniali.
E ciò che è altrettanto certo è che, comunque la porti a termine, la presa dell’artico sarà il ginocchio piazzato da Trump sulla schiena dell’Europa. Anzi, è il ginocchio che Trump ha già piazzato sulla nostra schiena e con cui spinge, spinge. Con il fiato mozzato da quel ginocchio, i leader europei rilasciano una dichiarazione abbottonata sulla sovranità della Groenlandia e della Danimarca, e lui spinge un po’ di più. Che situazione incresciosa per noi. Che dilemma. Bullizzati ormai da un anno dal nostro principale alleato, anzi dal nostro protettore. E se prima erano solo parole, adesso si passa ai fatti. Come se ne esce? Da che punto in poi l’appeasement smette di essere conveniente e diventa dannoso? Quanto fiato ci resta? Servirebbe una squadra di psicologi dell’età evolutiva per rispondere. Ma tocca ai nostri governi, in particolare a quelli come il nostro, che hanno relazioni così amichevoli con l’amministrazione Trump. Ci auguriamo che, a margine delle dichiarazioni educate sulla sovranità della Danimarca, stiano considerando anche gli scenari meno auspicabili, che stiano ricordando a sé stessi quei pochi principi ai quali non vorremmo mai e poi mai derogare — come il ritrovarsi complici di un nuovo disegno coloniale — e che, nel farlo, trovino il coraggio di tracciare qualche necessaria linea rossa.
