Con una mossa a sorpresa Benny Gantz scompiglia il governo di guerra di Benyamin Netanyahu e invoca il voto anticipato in Israele per settembre. Lo strappo del leader centrista – e ministro del Gabinetto di guerra in cui è entrato mesi fa – si è consumato dopo le nuove manifestazioni di piazza contro l’esecutivo in nome di nuove elezioni.
Difficile capire se la proposta di Gantz raccoglierà le adesioni necessarie per concretizzarsi in un ritorno alle urne ma in ogni caso segna una rottura del fronte interno israeliano mentre non si ferma la pressione internazionale per l’uccisione in un raid nella Striscia dei 7 operatori umanitari di World Central Kitchen il con il presidente Usa Joe Biden che è tornato ad esprimere «indignazione e condanna» per l’attacco e oggi è in programma un telefonata tra il capo della Casa Bianca e Netanyahu.
Secca la risposta del Likud, il partito di Netanyahu: «Gantz deve smetterla di occuparsi di piccola politica. Il governo andrà avanti fino a che non raggiungerà tutti gli obiettivi della guerra». Tiepido, ma per ragioni opposte a quelle del Likud, l’altro leader centrista, Yair Lapid, che non è entrato al governo. «Lo Stato di Israele – ha ammonito – non può aspettare altri sei mesi prima che il governo peggiore, più pericoloso e fallito della storia del Paese torni a casa».
Al 180esimo giorno di guerra, i morti a Gaza per i raid israeliani – secondo dati di Hamas che non è possibile verificare in modo indipendente – sono arrivati ormai a 33mila. Mentre nelle trattative in corso al Cairo, il leader di Hamas, Ismail Haniyeh ha ribadito che «senza il ritiro di Israele da Gaza» e «un cessate il fuoco permanente» non ci sarà nessuna intesa. Richieste che il governo Netanyahu ha già seccamente respinto.

07:10 – Oggi colloquio tra Biden e Netanyahu
L’ultima volta che i due leader si sono parlati è stato il 18 marzo. Usa e Israele dovranno discutere le proposte alternative dell’amministrazione Biden all’invasione militare israeliana di Rafah. Un tema particolarmente sentito dal presidente americano secondo cui un’operazione a Rafah, dove ha trovato rifugio più di un milione di palestinesi, potrebbe causare un ingente numero di vittime e aggravare il disastro umanitario a Gaza.

07:08 – Adesione all’Onu, i palestinesi puntano al voto del 18 aprile
La delegazione palestinese alle Nazioni Unite sta spingendo per un voto per essere riconosciuta come Stato membro a pieno titolo il mese prossimo. Lo ha detto l’ambasciatore Riyad Mansour ma la mossa trova la resistenza degli Stati Uniti. «Stiamo cercando di essere ammessi. È un nostro diritto naturale e legale», ha spiegato Mansour, aggiungendo che sta spingendo per un voto del 18 aprile al Consiglio di Sicurezza. «Tutti dicono “soluzione a due Stati” e allora quale sarebbe la logica che ci impedisce di diventare uno Stato membro?», ha aggiunto. Qualsiasi richiesta di diventare uno Stato membro delle Nazioni Unite deve prima passare un voto del Consiglio di Sicurezza – dove gli Stati Uniti, alleati di Israele, e altri quattro Paesi esercitano il veto – e poi essere approvata da una maggioranza di due terzi dell’Assemblea Generale.

01:01 Hamas a Al Jazeera: “Israele non è interessata ai negoziati”
«Israele è ancora intransigente nei colloqui per garantire una tregua a Gaza e uno scambio di prigionieri. Rifiuta il cessate il fuoco, il ritiro dalla Striscia, il ritorno degli sfollati e un vero scambio di prigionieri». Lo ha detto ad Al Jazeera una fonte della leadership di Hamas, aggiungendo: «Il primo ministro israeliano Netanyahu pone ancora ostacoli a un accordo e non è interessato al rilascio degli ostaggi israeliani. Sta cercando di guadagnare tempo, di assorbire la rabbia delle famiglie dei prigionieri e di mostrare falso interesse a proseguire le trattative».

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