13 Gennaio 2026

Pechino contraria a un’escalation. Il governo greco e la Marina britannica hanno avvertito le loro navi: riconsiderare le rotte

Già domenica  mattina il Parlamento di Teheran ha «approvato» la chiusura dello Stretto di Hormuz, eppure i mercati mediorientali hanno reagito come se non ci credessero. Naturalmente la prova del nove arriverà solo alla riapertura delle piazze finanziarie in Asia, in Europa e infine negli Stati Uniti, ma soprattutto con la ripresa del passaggio di una cinquantina di navi petroliere e gasiere che escono ed entrano ogni giorno nel Golfo.
Perché adesso l’Iran non può scegliere solo fra l’opzione di sbarrare Hormuz o lasciarlo aperto; ha un ventaglio di carte da giocare, ciascuna con un impatto potenziale diverso sui prezzi del petrolio e del gas, dunque sull’inflazione e la crescita in Europa e in Italia.

Il ventaglio delle ritorsioni economiche
Dipenderà da quanto gli ayatollah hanno intenzione di avvitare se stessi in questa crisi. Erano passate poche ore dai bombardamenti americani sui siti nucleari, quando il Parlamento iraniano ha votato per la ritorsione economica più severa: chiusura di Hormuz, il tratto di mare lungo 161 chilometri e stretto trentatré nel punto più angusto fra l’Iran stesso e la penisola araba. Da lì passa circa il 20% delle forniture mondiali di greggio — fra gli altri, quelle di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Iraq e dell’Iran — più oltre il 10% del gas naturale, incluso quello del Qatar diretto in Italia.
Bloccare anche solo parte di quel flusso spingerebbe il prezzo del barile dai 60 dollari di fine maggio a cento e forse molto oltre; farebbe crollare le borse per i timori sull’inflazione e la crescita.
Invece, almeno nel fine settimana, non è andata così. Poco importa che Hossein Shariatmadari, un propagandista vicino all’ayatollah Ali Khamenei, abbia proposto di sbarrare il passaggio alle navi «americane, britanniche, tedesche e francesi». Il principale indice azionario di Tel Aviv (TA125) domenica è salito dell’1,8% anche se giorni fa lo stesso palazzo della Borsa è stato colpito da un missile di Teheran. Per il mercato israeliano è la reazione opposta a quella del 13 giugno, quando prima dell’alba il governo israeliano aveva avviato la sua campagna contro l’Iran; allora la Borsa a Tel Aviv era caduta di oltre l’1%.
Costruttive anche le reazioni delle piazze arabe: Riad è scesa di appena lo 0,3%, come se gli investitori non credessero a una strozzatura di Hormuz; il Cairo è salita del 2,7% e persino piazze molto esposte alla guerra come quelle di Kuwait, Oman e Qatar sono rimaste sopra la parità.

L’ingresso degli Usa nel conflitto e gli effetti sul petrolio
L’irruzione dell’America nella guerra e la minaccia di uno choc sulla maggiore risorsa energetica (il petrolio) non sembrano generare il panico. In parte è l’idea che ora la fine del conflitto, per quanto provvisoria, sia in vista. In parte è anche un calcolo razionale quanto alle mosse di Teheran. Perché naturalmente nella teocrazia non saranno il Parlamento o i propagandisti a decidere su Hormuz.

Chi compra il petrolio dall’Iran
La Cina, cliente quasi unico del petrolio di Teheran e dunque suo finanziatore, non vuole un’escalation. Per questo Signum Global Advisors, un analista geopolitico, ieri ha riassunto il dilemma degli Ayatollah: la teocrazia, scrive Signum, «non vuole imboccare la via d’uscita diplomatica» eppure «non è desiderosa di espandere la guerra»; dunque cercherà una ritorsione che prevenga un’ulteriore discesa nella spirale di guerra.
Secondo Signum ciò taglia fuori l’opzione di bloccare o minare Hormuz, approfittando dei fondali bassi. Azioni meno plateali invece non sono escluse, né sarebbero nuove. Dal 2022 la Guardia rivoluzionaria ha sequestrato quattro fra petroliere e mercantili. Anche più frequenti sono poi le manovre di piccoli battelli iraniani per disturbare il transito di grandi navi considerate ostili; soprattutto da dieci giorni il gruppo di navale francese Mica denuncia interferenze nello Stretto sui segnali satellitari di un migliaio di vascelli al giorno; dev’essere per questo che giorni fa due petroliere sono entrate in collisione. Tutte queste mosse, ben sotto la soglia del blocco totale, inoculano stress sui mercati. Da stamani probabilmente il rischio attorno a Hormuz farà salire di qualche dollaro — non molti — il prezzo del petrolio. E di riflesso è esposta anche la benzina. I prezzi potrebbero prendere a salire, tanto più per i comportamenti speculativi della distribuzione in Italia. Anche più fragile la situazione del gas, proprio ora che tutta l’Europa deve riempire le scorte.
Di certo il governo greco e la Marina britannica hanno avvertito le loro navi: Atene, sede di alcuni dei maggiori armatori al mondo, invita le compagnie a «riconsiderare» i passaggi da Hormuz e Londra avverte che c’è una «minaccia elevata» per la marina mercantile non solo all’ingresso nel Golfo, ma anche nel Golfo di Aden e nell’accesso al Mar Rosso.

A.N.D.E.
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