Occhetto, ultimo segretario del Pci, compie 90 anni. La sua lezione: reinventare la sinistra per non lasciarla nel passato
«La storia dovrà inventare ancora le forme politiche di questa complessa e affascinante linea di costruzione di una società diversa».
Questa frase Achille Occhetto la pronunciò nel 1978, in un libro che rievocava, in dialogo con un giovane, il sessantotto.
Forse racconta il senso di una vita, di un pensiero, di un modo di guardare il mondo da parte di un dirigente politico che martedì prossimo compirà i novant’anni. Voglio qui affrontare solo due temi della sua lunga e complessa esperienza politica.
Occhetto è stato tra i più coraggiosi leader che la sinistra abbia conosciuto. Tutta la sua vita, fin da ragazzo, è stata segnata dalla tensione verso il nuovo, dalla convinzione che nulla, per la sinistra, dovesse essere confinato nei recinti di ciò che già esisteva. Come quando fece esprimere alla sua sezione del Pci, era un ragazzo, una critica all’invasione d’Ungheria o pubblicò, sul giornale dei giovani comunisti che dirigeva, di una forte posizione di dissenso sul XX congresso del Pcus.
Allora non era indolore prendere le distanze dalla linea ufficiale. Ne sanno qualcosa i 101 che, firmando un documento di giusta critica del Pci nel 1956, ne pagarono le conseguenze.
È il doppio campo del Pci di allora: in Italia la scelta della partecipazione alla vita democratica assumendone tutta la responsabilità con la svolta di Salerno e la collaborazione attiva alla stesura della Costituzione; sul piano internazionale lo stalinismo, con i suoi crimini efferati e il sostegno all’invasione d’Ungheria.
In un suo libro pubblicato da Sellerio, «La lunga eclissi», Occhetto racconta questa doppia dimensione: «Avevamo davanti agli occhi fiumi di bandiere rosse portate in corteo da operai, contadini, studenti che hanno percorso le vie del pianeta, attraversato le città del mondo al grido dei più nobili valori di libertà e giustizia sociale. Ci si profilavano dinnanzi animate sale di partiti di opposizione che lavorano nella legalità, o di gruppi clandestini che si battevano contro la tirannia. Vedevamo bandiere piantate sulle terre incolte e tute blu che incrociavano le braccia per ottenere migliori condizioni di lavoro. Ricordavamo i volti di martiri che hanno dato la vita per il progresso dell’umanità. E poi, poco a poco, sono apparsi spettrali palazzi del potere. Gruppi ristretti che decidono per tutti, un sistema di Stati con polizie temute dai cittadini, aule di finti tribunali che processavano chi dissentiva. Si incominciavano a sovrapporre alle immagini di comunisti che languirono nelle celle fasciste quelle di altri comunisti nelle carceri degli Stati socialisti. C’erano comunisti nelle grandi manifestazioni per i diritti civili, c’erano comunisti libertari e progressisti e comunisti che usavano metodi liberticidi. Infine intellettuali comunisti aperti alla modernità e dogmatici fustigatori di ogni coscienza critica».
Quella del 1956, l’indimenticabile ’56, fu la grande occasione perduta della sinistra italiana
Bisognerà attendere Berlinguer perché vengano assunte decisioni storiche come l’interruzione dei finanziamenti dall’Urss, la scelta di dirsi più garantiti sotto l’ombrello della Nato che sotto quello del patto di Varsavia, la definizione, sbattuta in faccia a Breznev, «della democrazia come valore universale».
Ma la storia corre veloce, quella storia che per Enrico Berlinguer si conclude tragicamente a Padova. Dove, per me, finisce il Pci.
Bisognava ora compiutamente riconoscere che, nella sua concreta realizzazione storica, il comunismo e la democrazia erano state, erano, sono, incompatibili.
Quando nel 1989, cacciate dal popolo, cadono le oligarchie del comunismo, si apre, come dopo il ’56, di nuovo un’opportunità. Occhetto si prende sulle spalle la responsabilità di non fallire quel passaggio, di non cedere alla tentazione di temporeggiare, convocare un convegno di studi, pronunciare mezze parole per aprire una fase di elaborazione. Va a celebrare alla Bolognina la Resistenza, quel moto di popolo così presente nella sua formazione giovanile, e dice proprio lì che tutto ora poteva essere messo in discussione, dopo la dimensione di quel maremoto che cambiava la storia, anche il nome del Pci.
Costrinse tutti a guardare la realtà. E non fu improvvisazione, non fu «nuovismo». Fu il frutto di una riflessione che durava da tempo in Occhetto, tra gli intellettuali e nel gruppo dirigente più giovane. Nessun colpo di testa. Semmai il suo contrario: un atto di coraggio politico.
Secondo tema: con la svolta Occhetto pensava anche di poter costruire le condizioni per una nuova convergenza tra le forze di sinistra e democratiche. Tutta la vicenda della sinistra del nostro paese è stata segnata dalle scissioni, malattia infantile, che ha sempre minato la forza di uno schieramento che ha perso così l’opportunità di poter essere maggioritario nel paese e di farsi alternativa di governo in una democrazia bloccata. L’unità politica del campo progressista è stata una delle altre vocazioni della esperienza politica e intellettuale di Occhetto.
Nel 1965, nel cuore della divisione tra Pci e Psi sulla partecipazione all’esperimento di centro-sinistra, Occhetto promosse in un convegno l’idea della confederazione tra le organizzazioni giovanili di Pci, Psi, Psiup, una rilettura da «sinistra» della proposta di Amendola di un partito unico dei lavoratori italiani.
Alleare i progressisti, rompere il conservatorismo che spesso ha bloccato le ali della sinistra, evitare al contempo derive moderate o smarrimenti di identità e di ruolo, assumere posizioni innovative anche sul piano istituzionale, posizionare il suo partito nella grande famiglia del socialismo europeo, sussumere i linguaggi e le esperienze dei movimenti civili e sociali. In fondo la vita politica di Achille Occhetto può essere identificata con queste ispirazioni.
Ad altri indicare limiti ed errori.
Io, che lo conosco bene da tempo, so quanto sia autentica e onesta la sua passione politica, quanto il suo coraggio e il suo disinteresse, quanto il suo amore per la sua parte politica e per il suo paese. E quanto, mi viene da sottolinearlo in questi tempi grami, la sua ansia di ricerca intellettuale, la sua frequentazione del dubbio, la profondità di una ispirazione culturale che attinge a fonti fresche, antiche, profonde. Credo che questo lo possano oggi riconoscere tutti, amici ed avversari.
La vita gli ha riservato colpi duri, nel lavoro e negli affetti.
Ma non ha minato mai in lui la voglia, che ha segnato la sua esperienza umana, di cercare, cercare ancora.
