La politica è questo: se hai smascherato il mio nemico politico, chi mi dice che non farai lo stesso con me? E così finisci per non appartenere più a nessuno, e più nessuno ti difenderà

Finalmente è accaduto: Julian Assange è libero. Per cinque anni è stato detenuto nel carcere di Belmarsh, dopo aver trascorso dal 2012 al 2019 la sua latitanza nell’ambasciata ecuadoriana a Londra. È proprio qui, al numero 3 di Hans Crescent, che ho conosciuto Julian, un uomo in fuga tra quattro mura.
Camera in penombra, tende chiuse, arredamento cupo. Il primo scatto insieme rifletteva l’ambiente che ci circondava, così Julian si avvicina a me, mi abbraccia e dice: «Facciamone un’altra, sorridiamo, non mostriamoci sconfitti».
L’attivismo è questo: mettere a disposizione il proprio corpo che smette di essere qualcosa di tuo per diventare terreno di lotta politica. Non è facile reggere, anzi, è quasi impossibile rimanere saldi. Si cede alla disperazione, più spesso alla depressione. Non si riesce a comprendere come mai si è finiti nel girone infernale di coloro i quali disturbano il potere, marchio d’infamia che ti si attacca addosso. Ovunque tu vada, chiunque ci sia al governo, tu sarai sempre il possibile traditore. La politica è questo: se hai smascherato il mio nemico politico, chi mi dice che non farai lo stesso con me? E così finisci per non appartenere più a nessuno, e più nessuno ti difenderà.
L’unico strumento che il potere politico ha per vendicarsi dissimulando l’arbitrio è la leva giudiziaria. Si porta a processo chi, esponente della società civile, osa scardinare meccanismi, accendere un faro, talvolta basta anche una candela. È quello che è successo a Julian Assange.
Tutto parte nel 2010, quando WikiLeaks, sito internet che riceve e diffonde documenti militari e diplomatici per lo più coperti da segreto, pubblica migliaia di cablogrammi del governo Usa riguardanti le operazioni degli americani in Afghanistan. Immediata è la reazione: Assange viene accusato di stupro in Svezia. Proprio così: la delegittimazione arriva su un altro fronte, su cui Assange, come chiunque faccia attivismo, in genere è senza difese.
Si racconta poco o non si racconta affatto, ma il contrasto all’attivismo di Martin Luther King prendeva le mosse proprio dal racconto della sessualità, una sessualità usata per suscitare scandalo, per allontanare prima di tutto chi appoggia le tue battaglie, chi ti è più vicino. Nel 1964 Martin Luther King riceve una lettera anonima che riporta dettagli sulle sue relazioni extraconiugali. Era un avvertimento esplicito: «C’è solo una cosa da fare. Tu sai quale». Un invito al suicidio da parte degli estensori di quel documento che ormai sappiamo essere agenti dell’FBI, se non si fosse ucciso, avrebbero rivelato tutto.

Facciamo un passo indietro
L’accusa per abuso sessuale nei confronti di Assange resta in piedi fino al 2020 e, nel 2019, quando perde lo status di rifugiato in Ecuador, le richieste di estradizione sul tavolo sono due: una dagli Stati Uniti per questioni legate all’attività di WikiLeaks e l’altra dalla Svezia per abuso sessuale.
Ma facciamo un passo indietro per comprendere come l’accusa di stupro fosse un modo per isolare Assange, per mettergli contro la sua comunità di riferimento che lo seguiva e lo stimava per la pubblicazione dei cablogrammi ma che non avrebbe potuto schermarlo o giustificarlo per un reato tanto disonorevole. Le donne che hanno accusato Assange di stupro sono anche loro attiviste di WikiLeaks e lo avevano ospitato in Svezia durante una trasferta per presentare il suo lavoro. Una delle accusatrici ritratta, affermando che con Assange aveva avuto solo rapporti consensuali; la seconda accusatrice sostiene, invece, di aver avuto alcuni rapporti consensuali e poi un rapporto mentre era “half asleep”, ovvero mezza addormentata. Assange, interrogato dai pm svedesi nella Ambasciata dell’Ecuador, fornisce gli sms scambiati con la ragazza, così come a disposizione degli inquirenti ci sono anche i messaggi della ragazza alle sue amiche. Di fatto, dopo 10 anni, cade anche la prima e più infamante delle accuse, quella che aveva il preciso scopo di isolare Julian, di fargli terra bruciata attorno, di allontanare da lui gli attivisti di WikiLeaks e costringerlo alla solitudine.

Una detenzione arbitraria
Ma come ci si rialza da una accusa di stupro? Non ci si rialza, eppure WikiLeaks non si ferma e pochi mesi dopo pubblicherà centinaia di migliaia di documenti sulla guerra in Iraq. Assange si trova in Gran Bretagna, dove viene arrestato e rilasciato su cauzione. È qui che inizia quel processo che vedrà il suo corpo trasformarsi in un campo di battaglia. Dapprima a chiedere l’estradizione è la Svezia, ma la richiesta nasconde il vero pericolo, che Julian sia trasferito negli Stati Uniti. Le autorità giudiziarie britanniche, nonostante questo pericolo, acconsentono all’estradizione ed è qui – siamo nel 2012 – che Julian decide di chiedere asilo politico all’ambasciata ecuadoriana a Londra, dove resterà fino al 2019.
Nel frattempo sorgono dubbi sull’arresto e sulla legittimità di Gran Bretagna e Svezia in quella che sembra essere a tutti gli effetti una detenzione arbitraria, ma Assange non può essere liberato perché ormai è un nemico giurato, è colui il quale ha completamente cambiato le logiche e le regole dell’informazione. Alla vigilia dell’archiviazione delle accuse di stupro le cose non migliorano perché i rapporti con l’Ecuador si vanno via via deteriorando. Il nuovo presidente dell’Ecuador Lenin Moreno definisce Assange un “problema ereditato”, fa in modo che gli venga sospeso l’accesso a internet e che gli vengono addebitati i costi dell’asilo politico.
Nell’aprile del 2019, Assange viene arrestato all’interno dell’ambasciata ecuadoriana, perché i diplomatici danno luce verde alla polizia britannica. Pochi mesi dopo il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti chiede alla Gran Bretagna di estradare Assange perché risponda delle accuse di cospirazione per aver hackerato computer governativi e violato la legge sullo spionaggio. Nel 2021 un giudice britannico stabilisce che Assange non debba essere estradato per timore che possa togliersi la vita, ma il corpo di Assange ormai non gli appartiene più, sulla sua pelle si giocano equilibri e rapporti tra potenze e così la ministra degli interni Priti Patel firma l’ordine di estradizione per Assange negli Stati Uniti.
È nel 2022 che abbiamo seriamente temuto che Assange fosse estradato, nonostante la moglie Stella Moris, sposata in carcere e da cui Julian ha avuto due figli, continuasse a ripetere i pericoli ai quali le autorità britanniche avrebbero esposto Julian in caso di estradizione negli Stati Uniti.

Una svolta improvvisa
Quando credevamo che per Julian le cose non sarebbero cambiate, almeno non nell’immediato, accade che accetta di dichiararsi colpevole come parte di un accordo con il Dipartimento di giustizia americano grazia al quale non sconterà una pena detentiva negli Stati Uniti, ma sarà libero di rientrare in Australia. Julian aveva giurato che non avrebbe patteggiato mai, ma quello che gli hanno fatto è oltre l’immaginabile.
Spesso di Assange si parla come di un mistico, come di un folle che sapesse a cosa andava incontro e che, nonostante tutto, non si sia fermato. Ma quando ascoltiamo o leggiamo questo genere di commenti, sappiamo esattamente cosa ha fatto Assange per aver meritato 14 anni di martirio giudiziario e di detenzione arbitraria? Julian Assange ha ricevuto e versato sulla piattaforma Wikileaks informazioni che metteva a disposizione della stampa internazionale perché, vagliando e verificando quelle fonti, i giornalisti potessero raccontare cosa accade nei luoghi di conflitto, dove c’è instabilità politica, dove gli interessi delle potenze mondiali si scontrano. Assange riceveva documenti e, così come li riceveva, li pubblicava: nessuna censura e nessuna manipolazione, faceva affidamento sulla responsabilità della stampa, dei giornalisti, di chiunque avesse deciso di partire da quelle informazioni per poterle confermare o confutare.

Siamo diversi da Russia e Cina
Ricordate quando – è una vicenda controversa su cui non si è mai fatta davvero chiarezza – Wikileaks, citando fonti del Dipartimento di Stato americano, diffuse una «proposta» di Hillary Clinton per sbarazzarsi in qualche modo di Assange? Era il 2010 e se non abbiamo la certezza che davvero Hillary Clinton abbia pronunciato quelle parole, sappiamo invece che gli equilibri tra le potenze mondiali oggi sono cambiati radicalmente.
Joe Biden sente forse la responsabilità di dimostrare un percorso differente rispetto a paesi come la Cina, la Russia, la Turchia, l’Iran dove i dissidenti vengono arrestati, condannati con processi farsa e lasciati morire in carcere, come è avvenuto in Cina al Premio Nobel Liu Xiaobo. Julian Assange, dopo 14 anni di persecuzione giudiziaria, ha trasformato la giustizia americana; gli Usa hanno finalmente compreso che non ha commesso un crimine, ma ha aperto alla possibilità di avere a disposizione fonti preziosissime da studiare e verificare.
Non potevano cadere tutte le accuse, è una questione non solo di forma ma anche di sostanza: aver tenuto sotto processo per anni un attivista e dire «abbiamo sbagliato» avrebbe comportato anche un danno economico, avrebbe aperto alla possibilità di chiedere un risarcimento. Da qui il patteggiamento. A noi la consapevolezza che Assange, proprio patteggiando, ha dato una possibilità alla democrazia e lo ha fatto regalandoci se stesso.

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