La mancata soluzione del conflitto arabo-israeliano è dilagata ovunque soprattutto tra i giovani che faticano a capire

Un eterno Amalek da cui proteggersi. Un arcinemico sempre in agguato. Lo Stato ebraico è nato così, nel 1948, sotto l’attacco di cinque Paesi della Lega araba benché avesse accettato la bipartizione territoriale coi palestinesi voluta dalla risoluzione 181 dell’Onu. Ai nostri giorni, l’Iran degli ayatollah non è altro che la prosecuzione escatologica di quel disegno di sterminio, avendo nel dna l’eliminazione dell’«entità sionista», perseguita attraverso i suoi proxy , Hamas, Hezbollah e Houti, e tramite il tenace progetto di fine mondo dell’arma atomica.
Poche volte una premessa è tanto necessaria a capire una storia: la prospettiva, tra un kibbutz ai confini col Libano e una terrazza romana illuminata di buone intenzioni, può cambiare parecchio. Tuttavia, una premessa è parziale in sé.
E nella fattispecie dice ancora assai poco d’un torrente di odio reciproco che, tracimato dalle terre di Palestina, è ormai entrato nella nostra quotidianità quasi quale distopia da stadio: Stella di David contro bandiere Pro-Pal, un «noi» contro «loro» che contagia soprattutto i più giovani e meno attrezzati nelle società occidentali. Con esiti paradossali e stranianti come quello dei manifestanti antifascisti che ogni 25 aprile oltraggiano regolarmente la Brigata Ebraica o quello di un ragazzo della comunità ebraica romana che spara (a pallini) contro due antifascisti colpevoli di indossare il fazzoletto dell’Anpi.
In questa battaglia per i cuori e le menti, che avrebbe dovuto affratellare i discendenti dei superstiti della Shoah agli eredi della Resistenza, Israele ha sempre patito un nemico interno, una propria parte oscura. Finendo così per minare la sua stessa democrazia, l’unica in una regione di monarchie assolute e feroci teocrazie, e per somigliare a chi combatteva: travolgendo infine gli stessi codici morali del proprio esercito (Tsahal), gli standard del diritto internazionale (come nel trattamento riservato alle varie versioni della Flotilla) e quelli di proporzionalità e umanità nella guerra (sia pure assai asimmetrica) generata dal 7 ottobre. Una pagina s’è girata, insomma, se all’originaria ispirazione laica dello Stato sionista si è sovrapposto un fondamentalismo biblico che incrocia le predicazioni razziste del rabbino Meir Kahane, padre spirituale del ministro più estremista del governo Netanyahu, Itamar Ben-Gvir, e ha per esito ultimo la legge sulla pena capitale a base etnica promulgata dalla Knesset, alla quale proprio Ben-Gvir ha oscenamente brindato.
Così questa è la storia di un processo di consunzione, esteso nei quasi ottant’anni di assedio del piccolo Stato democratico a opera di nemici esistenziali. Ma con un momento decisivo nel quale Israele cede al mito della sicurezza sopra ogni altro valore, da garantirsi a ogni costo: il 1967. «La società occupante diventa occupata dall’occupazione», annota in proposito Daniel Bar-Tal, professore emerito di psicologia politica all’università di Tel Aviv, in un bel saggio sui «conflitti intrattabili» tra i quali quello israelo-palestinese appare di gran lunga il più drammatico. È raro trovare sintesi più efficace per la trappola dei Territori, contro la quale i più lungimiranti misero in guardia il governo israeliano al tempo della guerra dei Sei Giorni e della conquista di Gaza e Cisgiordania: quelle terre, tenute «in pugno» da allora o assediate manu militari, si sarebbero rivalse su occupanti e assedianti, snaturandone ragioni e senso etico.
Yeshayahu Leibowitz, antico mentore di Bar-Tal, dal fatidico 1967 dedicava almeno dieci minuti in ogni lezione all’università per profetizzare ciò che sarebbe avvenuto alla società israeliana se l’occupazione dei Territori fosse continuata: «Lo Stato che si trova a governare una popolazione ostile (…) sarà necessariamente uno Stato basato su organi di sicurezza (…). La corruzione tipica degli Stati coloniali dilagherà in Israele. L’amministrazione si troverà da una parte a gestire la repressione della rivolta araba e dall’altra ad acquisire dei collaborazionisti. Dobbiamo anche temere che le Forze di Difesa israeliane, fino a oggi un esercito di popolo, si atrofizzeranno in una forza di occupazione». Il profilo di Bibi Netanyahu si intravede in filigrana. Gli effetti di questa patologia si coglieranno nella nuova Legge Fondamentale, di marca etno-nazionalista, che nel 2018 pone l’ebraicità in condizione di assoluto privilegio nello Stato; e in una riforma giudiziaria del 2023 volta a sottomettere la magistratura all’esecutivo. Ma, soprattutto in Cisgiordania, l’ultimo dei Territori rimasto stabilmente sotto occupazione, si tradurranno in «routinizzazione» del conflitto e risentimento endemico.
L’americano Nathan Thrall, autore di un libro-verità che narra la sostanziale prigionia dei palestinesi tra muri, checkpoint e insensate regole di segregazione, sostiene che Israele non ha mai sciolto il suo dilemma strategico: cancellare i palestinesi o concedere loro diritti civili e politici? Tra i due poli, s’è trovato «l’infelice compromesso» di frammentare la popolazione palestinese, anche tramite le colonie, evitando che i suoi «pezzi sparpagliati» potessero diventare una comunità nazionale. Ma questa non-soluzione ha prodotto soltanto nuovi drammi, da una parte e dall’altra. Ben prima del 7 ottobre, nelle scuole palestinesi gestite dall’agenzia delle Nazioni Unite, l’Unrwa, i bambini hanno studiato su carte geografiche che «omettevano» lo Stato d’Israele. Dopo il 7 ottobre, sette israeliani su dieci approvano la pena di morte per i palestinesi. La formula dei due Stati per due popoli appare da tempo una favola buona sola per noi europei. La paradossale verità è che in quella terra c’è forse ormai un solo popolo, fuso nel dolore, avvinto nel rancore. Due vittime, come diceva Amos Oz, incapaci di riconoscersi a vicenda. Perché il vero Amalek si nutre di inganni.