Dalla memoria della Shoah alle scelte di politica estera, un’analisi delle differenze tra l’approccio tedesco e quello italiano verso lo Stato ebraico
Nelle settimane immediatamente successive al 7 ottobre 2023, il 62% dei tedeschi sosteneva la risposta militare israeliana ad Hamas. In Italia solo il 18% la giudicava giustificata, il dato più basso tra i paesi europei. Le piazze confermano. Dopo il 7 ottobre la Germania vieta le manifestazioni pro-palestinesi ritenute a rischio antisemita e apre 10.000 procedimenti penali a Berlino per reati connessi alle proteste. In Italia, il 27 gennaio 2024 — Giorno della Memoria — la polizia affronta manifestanti pro-Palestina nonostante il divieto ufficiale. Nel settembre 2025 uno sciopero generale per Gaza si tiene in 75 città: porti bloccati, stazioni occupate, scontri a Milano con 187 feriti e 49 arrestati. In Germania manifestazioni equivalenti sarebbero impensabili.
Il 25 aprile 2026, a Milano, la Brigata Ebraica — che combattè davvero per liberare l’Italia — è stata bloccata per ore da gruppi pro-palestinesi urlanti “saponette mancate” — allusione oscena alle camere a gas — e alla fine scortata fuori dal corteo dalla polizia in assetto antisommossa. L’Anpi ha dato la colpa alla Brigata per aver portato bandiere israeliane. I discendenti di chi combatté contro Hitler cacciati dalla festa dell’antifascismo: in Germania sarebbe semplicemente impensabile.
Il BDS è un altro banco di prova. Il Bundestag lo ha condannato nel 2019, definendolo incompatibile con la responsabilità storica tedesca verso gli ebrei. In Italia opera liberamente: l’Università di Firenze ha sospeso accordi con atenei israeliani, 200 professori di Messina hanno chiesto la fine della cooperazione con l’Università Ebraica di Gerusalemme. L’Italia è tra i primi sei paesi al mondo per boicottaggi accademici contro Israele.
Sul piano istituzionale: il commissario tedesco Felix Klein ha operato otto anni con mandato serio e monitoraggio strutturato; i commissari italiani sono rimasti figure simboliche. Papa Francesco, nel novembre 2024, ha scritto che “secondo alcuni esperti, ciò che accade a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio” e ha chiesto un’indagine. Nessun leader istituzionale tedesco ha usato un linguaggio comparabile — pur esprimendo, anche a Berlino, preoccupazione per la situazione umanitaria a Gaza. La differenza non è l’assenza di critica: è il quadro. In Germania si criticano le politiche di un governo; raramente si mette in discussione la legittimità dello Stato di Israele.
Arrow 3 contro l’embargo sui ricambi degli aerei addestratori
Le scelte di difesa sono le più emblematiche. La Germania ha firmato con Israele il più grande accordo militare della propria storia: circa 7 miliardi di euro per il sistema antimissile Arrow 3 e cooperazioni su cybersecurity e droni, scegliendo la tecnologia israeliana invece del sistema americano THAAD. I primi elementi sono stati dispiegati sul territorio tedesco nel dicembre 2025. Il segnale politico è inequivocabile: Israele è un partner strategico per la sicurezza europea.
L’Italia ha fatto l’opposto. Aveva venduto a Israele 46 M-346, uno degli aerei addestratori più avanzati al mondo prodotto da Leonardo. Oggi ne blocca la fornitura di ricambi, rendendo di fatto quegli aerei inutilizzabili nel tempo. Nel frattempo la Grecia — paese mediterraneo come noi — usa la tecnologia israeliana EVA (Embedded Virtual Avionics) sugli stessi M-346 acquistati da Leonardo e ha firmato con Israele il più grande accordo militare della propria storia. L’Italia blocca; i vicini approfondiscono le partnership
Come può succedere tutto ciò? Cinque ragioni
La prima è la memoria. La Germania ha costruito la propria identità democratica sulla Vergangenheitsbewältigung — l’elaborazione della colpa — accettando che il nazismo fu anche una società che obbedì, partecipò o guardò altrove. L’Italia ha usato la Resistenza come alibi collettivo: «eravamo partigiani” ha significato “la colpa era degli altri». Le leggi razziali del 1938 erano italiane. La Repubblica Sociale ha organizzato le deportazioni con ferocia autonoma. Tutto questo è rimasto ai margini del racconto nazionale.
La seconda è la scuola. In Germania la Shoah è un pilastro dell’educazione civica: curricula obbligatori, visite ai memoriali, formazione al riconoscimento dei meccanismi dell’antisemitismo. In Italia il Giorno della Memoria in molti casi rimane un rito vuoto. Peggio: sono documentati episodi di insegnanti che presentano la lotta di Hamas come guerra di indipendenza palestinese. Nelle università italiane — in molti dipartimenti di scienze politiche e storia contemporanea — il sionismo viene trattato come ideologia da contestare e Israele come potenza coloniale. È lì che si forma la prossima generazione di giornalisti e opinion leader.
La terza è il controllo dell’antisemitismo. In Germania: commissario federale con mandato effettivo, risoluzioni parlamentari vincolanti, procedimenti penali sistematici, divieto delle organizzazioni islamiste legate ai Fratelli Musulmani.
La quarta è il sistema mediatico. I media italiani erano già fragili prima dei social: sussidi pubblici, proprietà conflittuali, RAI governata da politici interessati solo alla par condicio tra i partiti. Quando i social hanno amplificato le narrative pro-palestinesi costruite da soggetti legati al terrorismo islamico, il sistema non aveva anticorpi. I media tedeschi — con ARD e ZDF governate da rappresentanti della società civile e da partiti che fanno del sostegno a Israele un pilastro bipartisan — hanno retto molto meglio.
La quinta è la politica. In Germania trasformare la causa palestinese in bandiera identitaria di partito è costoso: l’antisemitismo è percepito come minaccia alla democrazia stessa. In Italia quel costo non esiste. La delegittimazione di Israele è cavalcata dalla sinistra — forse l’unico tema su cui le sue varie anime sono allineate — e il centrodestra non ha trovato la forza di resistere. Il paradosso bipartisan è che tutti sopravvalutano il peso elettorale di Gaza: è in fondo alla lista delle priorità di voto degli italiani, conta nelle piazze non nelle cabine elettorali. I politici tedeschi lo hanno capito. Gli italiani no.
La conclusione scomoda
La Germania ha imparato che la memoria serve a riconoscere l’odio quando ritorna con parole nuove. L’Italia continua a raccontarsi di essere stata, in fondo, dalla parte giusta. Ma c’è un dato che non viene mai citato: partendo dalla popolazione ebraica presente prima delle persecuzioni, l’Italia ha deportato circa il 13% dei propri ebrei nei campi di sterminio, la Germania circa il 30%. Un divario che esiste — ma che è molto più piccolo di quanto il racconto nazionale italiano lasci intendere. E che non autorizza nessuna forma di compiacimento.
