Il pericolo di una deriva faziosa. Mattarella al Csm. Riforma della giustizia, confronto ma con il senso del limite

«Rigore è quando arbitro fischia». Questo motto, reso molto popolare nel mondo del calcio dall’elementare italiano di un simpatico allenatore straniero, è perfetto per spiegare il senso dell’inusuale intervento di Sergio Mattarella alla riunione del Csm. È un modo per dire: basta litigare, mettiamo fine alle polemiche, e rispettiamo ciascuno i propri ruoli. Ce n’era bisogno. Si era superato il limite.
È molto chiaro il primo destinatario del rimprovero: il governo, alias il ministro di Giustizia Nordio, il quale qualche giorno fa aveva parlato di un «sistema para-mafioso» imposto dalle correnti nel Csm. Senza far nomi, Mattarella (che per Costituzione presiede quell’organo, e che ha avuto un fratello ucciso dalla mafia) ha spiegato perché, per la prima volta in undici anni, abbia partecipato ai lavori ordinari del Consiglio: «Per ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni, nei confronti di questa istituzione». La quale, ha ricordato, ha un «ruolo di rilievo costituzionale».
Manca ancora un mese al referendum sulla riforma che separa le carriere di giudici e pm, e che perciò duplica l’organo di autogoverno della magistratura.
Eppure, per la violenza verbale e l’esagerazione degli argomenti, sembra di stare a poche ore dal voto. Se si continua, così come finirà? si sarà chiesto Mattarella. Il suo intervento ha dunque anche il senso di un’ammonizione (per restare nella metafora calcistica) a inizio partita. In modo che tutti capiscano che devono darsi una calmata. Un effetto l’ha già avuto: Nordio ha annunciato che si «adeguerà» al richiamo del Presidente. Ma gli altri?
Non va infatti dimenticato che poche ore prima del fallo commesso dal ministro, ne era arrivato uno dal magistrato più in vista della campagna per il No, Nicola Gratteri, capo della Procura più grande d’Europa. Il quale si era spinto a dire che indagati, imputati e massonerie deviate votano Sì, mentre le persone perbene No. Poi ha precisato che si riferiva solo alla Calabria e che, bontà sua, non intendeva dire che tutti quelli che votano Sì sono delinquenti. Ma l’intento di togliere razionalità politica alla competizione per buttarla in antropologia (o in caciara, se volete), la solita storia dell’«Italia migliore» che sta con me e dell’«Italia peggiore» con gli altri, era evidente. Così come è vero che l’allusione ai metodi mafiosi nel sistema correntizio che domina il Csm l’aveva fatta per prima un altro ex pm d’assalto, Nino Di Matteo, oggi in battaglia per il No. La campana di Mattarella suona dunque anche per loro.
Ma ciò non toglie un briciolo di responsabilità al ministro. I due citati sono singoli magistrati che sbagliano, ma lui non è più l’ex magistrato che vuole raddrizzare i colleghi che sbagliano: è il rappresentante del potere esecutivo, e dovrebbe sapere che il sospetto più grande che gravita sulla riforma è proprio quello di un intento punitivo del potere politico sulla magistratura.
Se dunque si può capire la scelta tattica di Giorgia Meloni di non «politicizzare» troppo la campagna referendaria (il dilemma è: se non ci metto la faccia perdo, ma se ci metto la faccia e poi perdo?), non è che il rischio per il governo si riduce se la battaglia viene invece condotta «impoliticamente» affidandola al ministro. Né tantomeno si può farla attaccando ogni giorno le sentenze dei giudici, come ha fatto ancora ieri la premier a proposito del caso Seawatch: per quanto discutibili possano apparire, non c’entrano infatti niente con la separazione delle carriere, che anzi dovrebbe servire a rendere il giudice anche più libero da condizionamenti.
Ogni appello alla moderazione, lo so, può apparire oggi un anacronistico richiamo alle regole della buona educazione: siamo troppo assuefatti alla logica belluina dei social per sperare in un civile confronto di idee. Ma invece è davvero un peccato mortale, una grande colpa, un danno arrecato alla democrazia stessa, questa deriva truculenta del dibattito referendario, questa «reductio ad Hitlerum» delle posizioni dell’avversario, per cui in ogni referendum la proposta di riforma non conta nulla, e conta solo demonizzare chi la propone come il male assoluto. Giuseppe Conte, tanto per dire, ha accusato la legge Nordio di imitare il «Piano Gelli» della P2; ma quel Piano comprendeva anche la riduzione del numero dei parlamentari, per cui Conte si è invece battuto in un referendum vincente. Questa ipocrisia forse spiega anche perché tanti elettori disertino le consultazioni referendarie (e non solo).
La riforma della separazione delle carriere invece sarebbe, ed è ancora, una magnifica occasione di portare nella più vasta opinione pubblica un dibattito sulla nostra civiltà giuridica. Che del resto dura da decenni e fu affrontato anche nell’Assemblea Costituente, la quale non a caso lo rinviò alle norme di una nuova legge sull’ordinamento giudiziario, scrivendolo nella VII Disposizione transitoria della Carta. Poi, con un ampio consenso trasversale (altri tempi, altri partiti), il Parlamento varò nel 1999 il nuovo articolo 111 della Costituzione che introduce il principio del «processo giusto», e stabilisce che il giudice deve essere «terzo» rispetto ad accusa e difesa, che si battono ad armi pari.
Si può dunque contrastare con ottime ragioni tecniche e politiche la riforma, ma bollare di fascismo una proposta che fa pienamente parte del bagaglio del pensiero liberale e che punta piuttosto a sovvertire un principio affermato dal fascismo con una legge del 1941, è ingannare gli elettori. Al contrario, negare che il meccanismo del sorteggio per nominare i magistrati nel Csm possa apparire come una punizione che non è riservata dalla legge a nessun ordine professionale, pure vuol dire ignorare il merito delle norme su cui siamo chiamati a votare. Ognuno di noi, dovrebbe invece pesare i pro e contro, verificare la bontà del principio a confronto con le soluzioni proposte, e decidere senza temere che la vittoria dell’uno o dell’altro equivalga alla notte della Repubblica.
Per vivere, la democrazia ha bisogno di cittadini attivi e partecipi. Ingannarli, provare ad arruolarli, mobilitarli per farli marciare a occhi chiusi sotto le proprie bandiere, pretendere che la Costituzione appartenga alla sinistra o il Futuro alla destra; ecco, questo stile fazioso e falso può piuttosto tenere a casa il giorno del voto la maggioranza (silenziosa) che non l’accetta. In ogni caso equivale ad allontanarla da un dibattito libero e informato. Senza il quale, alla lunga, la democrazia muore.

A.N.D.E.
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