Roma Ursula von der Leyen

Il Parlamento europeo oggi deciderà formalmente di portare la Commissione, cioè lei, davanti alla Corte di Giustizia per aver scongelato in dicembre 10,2 miliardi di euro dei fondi di coesione per l’Ungheria

Ursula von der Leyen ha un problema. Da quando è Spitzenkandidatin del Ppe per un secondo mandato, la presidente della Commissione è oggetto di un fuoco di sbarramento che dovrebbe preoccuparla. Il Parlamento europeo oggi deciderà formalmente di portare la Commissione, cioè lei, davanti alla Corte di Giustizia per aver scongelato in dicembre 10,2 miliardi di euro dei fondi di coesione per l’Ungheria, bloccati in precedenza per violazione dello Stato di diritto da parte del governo di Orbán. Anche se rientra nei poteri dell’esecutivo, lo sblocco era stato l’incentivo grazie al quale il giorno dopo il tribuno magiaro aveva tolto il veto ai negoziati per l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. L’accusa è che non c’era a Budapest alcuna evidenza di progresso sui diritti, che giustificasse la decisione.
Ha poca importanza che l’Europarlamento abbia o meno un caso solido di fronte ai giudici del Lussemburgo. Il segnale è politico. Ed è tanto più clamoroso, in quanto la procedura è sostenuta anche da Manfred Weber, presidente del Ppe, che non vuole offrire il fianco al rimprovero di essere indulgente con Orbán, fosse pure creando difficoltà alla propria candidata. «Quella di von der Leyen verso la riconferma non sarà una passeggiata», dice un’autorevole fonte europea. Esposta ora anche sui diritti umani, la presidente della Commissione corre già su una pericolosa linea di faglia: deve tenersi buono il suo Ppe, che le chiede di rinnegare il Green Deal, ma non può più di tanto se vuole rimettere insieme gli altri pezzi importanti della «maggioranza Ursula» allargata, socialisti, liberali e verdi. E intanto, con il pensiero alla probabile avanzata delle destre nelle elezioni, deve cercarsi altri appoggi, vedi il «flirt» con Giorgia Meloni. Ma non si può essere «everything everywhere all at once». E poiché alla fine sono i leader a doverla nominare, qualche suo vecchio sponsor potrebbe anche ripensarci.

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