Economia8

Il futuro può essere solo più sostenibile, ma anche più economico, più stabile e meno esposto ai rischi del mondo

Alex Langer diceva che la transizione ecologica si compirà davvero solo quando diventerà socialmente desiderabile. Oggi, di fronte ai nuovi shock geopolitici – dallo stretto di Hormuz alla persistente instabilità dei mercati energetici – possiamo dire che questa desiderabilità esiste già. Il problema non è più economico, ma di comunicazione.
Per capirlo, può essere utile ricorrere a un concetto che gli italiani conoscono bene: lo spread. Per anni lo abbiamo utilizzato per misurare la distanza tra i titoli di Stato italiani e tedeschi. Oggi esiste uno spread altrettanto importante, ma molto meno discusso: quello tra due prezzi dell’energia.
Da un lato c’è il prezzo dell’elettricità nelle ore in cui la domanda è interamente coperta dalle rinnovabili. In queste ore il costo marginale è praticamente nullo e il prezzo scende drasticamente, fino ad avvicinarsi allo zero. Dall’altro lato c’è il prezzo nelle ore in cui è necessario ricorrere al gas. Qui il prezzo è determinato da una fonte fossile, volatile e fortemente dipendente dagli equilibri geopolitici, e può salire rapidamente. La differenza tra questi due livelli è quello che possiamo chiamare spread energetico.
Negli ultimi anni questo spread è diventato sempre più evidente. Durante la crisi energetica del 2022, il prezzo dell’elettricità in Europa ha superato i 300 euro per megawattora, con picchi in Italia oltre gli 800 euro nei momenti più critici. Ma nello stesso periodo di tempo, nelle ore di forte produzione rinnovabile, i prezzi possono scendere sotto i 20 euro per megawattora, avvicinandosi in alcuni casi allo zero. Questo significa che, nella stessa giornata, il sistema elettrico può passare da energia quasi gratuita a energia estremamente costosa, con uno spread anche superiore ai 200–300 euro per megawattora.
Questa dinamica non è un’anomalia temporanea e diventa ancora più chiara se si guarda al confronto tra paesi europei. Nei primi mesi del 2025, il prezzo medio dell’elettricità in Italia si è attestato intorno ai 136 euro per megawattora, risultando il più alto tra le principali economie europee. Nello stesso periodo, il prezzo medio era circa 112 euro in Germania, 94 euro in Francia e appena 81 euro in Spagna.
La ragione è che l’Italia resta fortemente esposta al gas, che continua a determinare il prezzo nelle ore di punta. Al contrario, paesi come la Spagna, dove le rinnovabili hanno superato il 50 per cento della produzione elettrica, sperimentano sempre più frequentemente ore in cui il prezzo è molto basso. In altre parole, il vero divario oggi non è solo nei livelli medi dei prezzi, ma nella frequenza con cui l’energia diventa abbondante e a basso costo.
La transizione energetica dunque non è soltanto una politica ambientale, ma una riduzione strutturale del rischio economico. Più aumentano le rinnovabili, più crescono le ore in cui il prezzo scende verso lo zero, meno spesso il gas entra a determinare il prezzo e minore diventa l’esposizione agli shock geopolitici. In questo senso, la transizione funziona come un’assicurazione: riduce la volatilità e rende il sistema più stabile. Il confronto tra paesi rende questa dinamica ancora più evidente. In Spagna, dove le rinnovabili coprono ormai oltre la metà della produzione elettrica, il mercato ha registrato nel 2025 oltre 500 ore con prezzi nulli o negativi, pari a circa il 12–14 per cento del tempo annuale. In pratica, significa che mediamente per due o tre ore al giorno l’energia è abbondante e a costo quasi zero. In molti altri paesi europei con alta penetrazione di rinnovabili, come Germania, Francia o Paesi Bassi, si osservano valori simili, con oltre 500 ore annue di prezzi negativi o nulli. Si tratta di un fenomeno in forte crescita, legato all’espansione della produzione da fonti rinnovabili.
L’Italia rappresenta invece un caso diverso. Il mercato elettrico italiano registra solo episodicamente prezzi molto bassi e, a differenza di altri paesi europei, non presenta praticamente ore con prezzi negativi. Questo riflette una maggiore dipendenza dal gas, che continua a determinare il prezzo nella gran parte delle ore.

Ne deriva che la differenza tra paesi oggi non è solo nel livello medio dei prezzi, ma nel numero di ore in cui l’energia diventa abbondante e a basso costo. Ed è proprio questa differenza a definire il nuovo spread energetico.

Per questo, se vogliamo misurare davvero i progressi della transizione, dobbiamo iniziare a guardare a nuovi indicatori, capaci di rendere visibile ciò che già sta accadendo nei mercati: quante ore al mese l’energia costa quasi zero, quanto è ampio lo spread tra le ore in cui il prezzo è determinato dalle rinnovabili e quelle in cui entra il gas, e quanto siamo distanti dai paesi più avanzati. Sono numeri semplici, ma raccontano una storia molto diversa da quella spesso percepita nel dibattito pubblico.
Lo spread energetico ci dice che il futuro dell’energia può essere solo più sostenibile, ma anche più economico, più stabile e meno esposto ai rischi del mondo. E forse, proprio come accadde con lo spread finanziario, sarà questo indicatore a rendere finalmente evidente a tutti perché la transizione non è un costo da sopportare, ma un vantaggio da cogliere.

A.N.D.E.
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