La sicurezza è una priorità e giocherà un ruolo primario alle prossime elezioni
Tre del pomeriggio, gli viene sete, scende dal sentiero verso una fontanella in mezzo a delle giostrine. La figlia che l’accompagna vede la scena dall’alto. Un tipo sui vent’anni va dritto e minaccioso verso il padre, che forse gli dice qualcosa. La risposta è un pugno in faccia, una spinta. L’aggredito fa per allontanarsi ma il giovane lo raggiunge, altri colpi, uno sulla nuca fa cadere il povero bersaglio e, mentre è a terra, ancora pugni dall’alto, e calci nello stomaco, sui fianchi, dove capita. C’è una ragazza con il giovane furioso, gli urla di fermarsi. Niente. Arrivano i carabinieri, in tre non riescono a bloccarlo, lo spengono col taser. La figlia: «Papà ha tre costole rotte, contusioni alla faccia, per fortuna nessun trauma cranico. I dieci minuti più brutti della mia vita. Non è ammissibile vivere nella paura temendo che qualcuno senza motivo possa assalirti».
È successo a un uomo di 75 anni, ma al suo posto poteva esserci chiunque e di qualsiasi età. È successo in un parco vicino a Padova, ma un posto ormai vale l’altro. È successo sull’argine di un fiume ma poteva essere una stazione di benzina o una panchina su un viale di una città grande, media, piccola. Ormai succede ogni giorno, anche più volte in un giorno. Rimbalza in cronaca se c’è un morto, come il ventunenne incensurato colpito al petto sotto casa a Napoli mentre andava al lavoro, e non risulta che c’entrasse con la camorra.
O come il ventiduenne ucciso a coltellate da una gang in zona Certosa a Milano per uno scambio di persona: non era lui quello che cercavano. O come l’agente della Municipale che inseguiva con la moto di servizio un Suv che non s’era fermato a un posto di blocco, rimasto ucciso pare per una scivolata, indagini in corso, cordoglio del presidente Mattarella, ancora a Milano ma è un puro caso.
Alla violenza ci si abitua, anche a convivere con la paura che ti possa capitare qualcosa di brutto, così, solo perché sei lì in quel momento e fatalità vuole che sia il momento sbagliato. A fronte di un incremento di questi momenti sbagliati, di studenti che provano ad accoltellare i professori, di lesioni e risse a sangue anche tra minorenni, il governo ha introdotto alcuni inasprimenti del Decreto Sicurezza, che è come piantare qualche albero quando il fiume è già esondato. Perché il fiume della rabbia è davvero esondato, porta con sé la strapotenza fisica di chi è più forte e l’umiliazione, magari anche solo verbale, di chi è più debole. E non basterà qualche manganellata in più, qualche mese o anno di pena in più, qualche mezzo corrazzato in più per strada a fare da deterrente. La legge della giungla sta affiancando le leggi dello Stato a tutela della sicurezza dei cittadini.
Non succede solo in Italia, ma sta succedendo anche in Italia. E non per distrazione di un esecutivo nato con l’intento dichiarato di riportare ordine. Il problema è che stanno franando gli argini della convivenza civile che fino a un po’ di tempo fa, pur sbrecciati, ancora reggevano. Convivenza civile che in una democrazia non si impone, ma ci si adopera per insegnare, ribadire e condividere. È un principio base che ha a che fare con l’educazione sociale, che è scuola di rispetto per l’altro, senza distinzioni furbe e diseducative sul colore della pelle, il sesso, la religione, la provenienza di questo altro da me. Il tono delle contese, anche quelli banali da stress per traffico, è ormai salito di molti decibel, come se sopraffare di minacce l’«avversario» al semaforo sia diventato un indispensabile corroborante alla propria autostima.
Così si fa perché così fan tutti, basti pensare alla brutalità delle frasi di Donald Trump verso l’ex amica Giorgia Meloni. Ma se quel linguaggio lo usa il presidente degli Stati Uniti, se si spreca nelle nostre aule parlamentari, se incendia le dichiarazioni di chi è impegnato in qualche guerra, chi sono io per sentirmi in dovere di essere migliore?
Dall’ultima indagine di Save The Children, intitolata «Stavo solo scherzando», emerge qualche dato preoccupante. Il 70 per cento degli intervistati, una percentuale allarmante, dichiara di sentirsi in pericolo per strada e quasi la metà evita i mezzi pubblici la sera. Secondo l’Istat, il 37 per cento delle ragazze tra i 16 e i 24 anni ha subito violenze fisiche o sessuali negli ultimi 5 anni, 10 punti in più del 2014. Leggiamo, vediamo una percentuale e passiamo oltre, come se fosse normale, come se il guasto profondo prodotto dall’egemonia culturale dei social, con la carica di aggressività, di controllo della «preda» e anche di ricatto che hanno introdotto nelle vite dei più giovani, valesse quanto una botta di caldo. Sopportate, che poi passa. Non è vero per il clima, allarme sciaguratamente sottovalutato, ma è altrettanto fuorviante per la dipendenza urticante da cellulare. Non passa, anzi.
Non sappiamo e non ci interessa saperlo da dove venisse il bullo che ha massacrato di pugni un anziano che era andato a una fontanella perché aveva sete. Ma sappiamo che su mille storie come questa, sullo sconforto confessato dalla figlia («non è ammissibile vivere nella paura»), si giocherà una parte significativa della prossima campagna elettorale. Con un partito, Futuro Nazionale, concepito dal generale in pensione Vannacci proprio per promettere con toni da caserma quello che neanche lui riuscirà a ottenere: sconfiggere la paura. Come? Cacciando a frotte i colpevoli principali. Chi sarebbero? Gli stranieri, ma solo quelli poveri, neri o bruniti. Lo seguiranno con promesse altrettanto ardite tutti i partiti dell’attuale maggioranza. Quanto all’opposizione, per adesso sta a guardare, ancora indecisa sul modo di disporsi in campo. Una volta che l’avrà scelto, non mettere il tema sicurezza tra le priorità significa candidarsi a consegnare il Paese nelle mani di chi già lo guida.
La paura degli italiani va guardata negli occhi e affrontata. Rieducazione al posto di remigrazione, per esempio. La differenza che conta davvero è tra ciò che si potrebbe realmente fare e ciò che invece somiglia a quegli spaventapasseri che si piazzavano nei campi per la tranquillità del contadino. Via via, sciò sciò. Bastasse quello.
