Al via dalle 6 di questa mattina i nuovi dazi globali voluti dalla Casa Bianca che sta lavorando a una nuova veste giuridica per le tariffe doganali
Sono entrati in vigore alle 6 di questa mattina i nuovi dazi globali del 10% annunciati dal presidente statunitense Donald Trump. Questa nuova sovrattassa, introdotta con un decreto firmato venerdì, mira a sostituire i dazi doganali indiscriminati esistenti fino ad ora e quelli previsti dai vari accordi commerciali firmati con la maggior parte dei principali partner commerciali del Paese. Non sostituiscono invece i dazi doganali cosiddetti settoriali, che vanno dal 10% al 50% su una serie di settori di attività, come il rame, l’automobile o il legno da costruzione, che non erano interessati dalla decisione della Corte Suprema di invalidare gran parte dei dazi imposti dal presidente statunitense.
Contemporaneamente l’agenzia per la protezione delle dogane e delle frontiere (U.S. Customs and Border Protection) ha interrotto la riscossione dei dazi imposti ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa) dichiarati illegali dalla Corte Suprema degli Stati Uniti
Ultimo tetto fissato con un post su Truth
La nuova tassa globale, stabilita inizialmente per decreto presidenziale al 10% e poi alzata da Trump di un ulteriore 5% con un post su Truth Social in vista di decreti aggiornati, sostituisce le cosiddette reciprocal tariffs e i balzelli legati al flusso di fentanyl (per Canada, Messico e Cina) stabiliti citando la legge di emergenza economica Ieepa e bocciati dalla giustizia Usa.
Venerdì scorso, poche ore dopo la sentenza, il presidente ha firmato un ordine esecutivo che autorizza l’imposta del 10% sulle importazioni. Successivamente ha minacciato di aumentare l’aliquota al 15%, ma Trump non ha emesso ufficialmente una direttiva in tal senso entro le 12:01 di oggi, martedì 24 febbraio, ora di Washington, quando è entrata in vigore l’imposta del 10%.
Confermata la linea dura presidenziale<
Donald Trump dunque non molla sui dazi, e non sembra intenzionato a discostarsi da una linea dura e intransigente. I Paesi che faranno i furbi approfittando della sentenza della Corte Suprema, avverte, «si troveranno ad affrontare tariffe molto più alte e peggiori di quelle concordate di recente». Parole pronunciate a poche ore dall’entrata in vigore di dazi al 15% per tutti, imposti per sostituire quelli bollati come illegali nella sentenza dell’Alta Corte.
I dazi al 15% resteranno in vigore per 150 giorni, fino alla fine di luglio, come previsto dalla Section 122 del Trade Act del 1974 su cui si basano (legge diversa dall’Ieepa bocciata dai Saggi). Se Trump decidesse di prolungarli dovrebbe a quel punto ricorrere al Congresso, dove però si troverebbe davanti il muro dei democratici pronti a dare battaglia con ogni mezzo. Il leader dem al Senato, Chuck Schumer, ha già assicurato che il partito si batterà per bloccare qualsiasi tipo di estensione. E un eventuale ricorso al Congresso per prolungare i dazi esistenti o per codificarli in legge (così da concedere al presidente mano libera) è un’ipotesi vista con scetticismo anche dai repubblicani, visto l’anno elettorale.
Nuovo vestito giuridico per i dazi sulle merci
In queste ore, l’amministrazione Trump sta valutando nuovi strumenti giuridici per imporre dazi su diverse categorie di prodotti dopo che la Corte suprema ha bloccato la scorsa settimana gran parte delle tariffe introdotte in precedenza. Lo riferisce il Wall Street Journal. Secondo il quotidiano, le nuove misure potrebbero riguardare settori quali batterie di grande formato, raccordi e fusioni in ghisa, tubi in plastica, prodotti chimici industriali e apparecchiature per reti elettriche e telecomunicazioni. Il team di Trump starebbe inoltre accelerando l’introduzione di dazi in altri comparti, tra cui semiconduttori, farmaceutica, droni, robot industriali e polisilicio utilizzato nei pannelli solari.
I nuovi dazi sarebbero imposti in base alla Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, che consente al presidente di limitare le importazioni per motivi di sicurezza nazionale. Venerdì la Corte suprema ha invece respinto lo schema tariffario varato da Trump ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act. Il presidente ha criticato la decisione della Corte definendola “ridicola” e ha ordinato l’applicazione temporanea di un dazio del 10 per cento su tutte le importazioni negli Stati uniti per 150 giorni, successivamente annunciando un aumento al 15 per cento delle tariffe verso tutti i paesi.
Lange (Europarlamento): da Usa incertezza e imprevedibilità
Intanto, dal Parlamento europeo arriva la richiesta agli Stati Uniti di confermare in modo chiaro e duraturo il rispetto dell’accordo sui dazi Ue-Usa raggiunto in Scozia nel luglio scorso, dopo la decisione di rinviare la votazione sui regolamenti necessari alla ratifica. Lo ha affermato il presidente della commissione Commercio internazionale dell’Europarlamento, il socialista Bernd Lange, in un’intervista al Corriere della Sera.
“E’ del tutto chiaro che vogliamo attenerci all’accordo”, ha dichiarato Lange, sottolineando tuttavia che da parte americana si registrerebbero violazioni “giorno dopo giorno o mese dopo mese”. Il presidente ha citato l’aumento dei dazi sui cosiddetti derivati dell’acciaio e dell’alluminio dal 15 al 50 per cento e l’introduzione di nuovi dazi aggiuntivi rispetto a quelli previsti dall’intesa, con effetti cumulativi sui prodotti europei. “Questo significa, per esempio, che per il formaggio italiano non si tratta del 15 per cento, ma del 30: 15 più 15”, ha affermato.
Secondo Lange, tali misure creano “incertezza e imprevedibilità”, mentre un accordo commerciale richiede “certezza e prevedibilità” per consentire a imprese e operatori di pianificare commercio e investimenti. “Vogliamo una dichiarazione chiara da parte degli Stati uniti che confermi che intendono rispettare l’accordo, non solo per un giorno o una settimana, ma almeno per l’intera legislatura del presidente Donald Trump”, ha aggiunto. Il rinvio della votazione da parte dell’Europarlamento è definito “solo un rinvio” e non esclude una decisione rapida, ma dipenderà dagli sviluppi a Washington. Una nuova riunione è prevista per il 4 marzo, quando la situazione potrebbe essere rivalutata alla luce delle mosse statunitensi.
