L’Europa sa che deve muoversi pur senza bussola né garanzia di approdi sicuri

I forzati della verità. È quando la storia subisce un’accelerazione, quando tutto cambia e le vecchie certezze scompaiono che si può più facilmente cogliere l’esistenza di un divario fra la realtà e le sue rappresentazioni pubbliche. Da un lato, tutto diventa incerto e confuso, dall’altro i governanti sono tenuti, a causa del ruolo che svolgono, a rassicurare i cittadini, a fingere di sapere che cosa va fatto, che cosa faranno e con quali conseguenze. A loro volta, sempre per esigenze di ruolo, gli oppositori dei governi in carica devono fingere di sapere che cosa non va nell’azione dei governanti e che cosa bisognerebbe invece fare. L’aspetto davvero notevole del giustamente famoso discorso del primo ministro canadese Mark Carney, è che ha detto la verità: l’unica certezza è che il vecchio mondo è finito, e da qui in avanti dobbiamo tentare di fare qualcosa per fronteggiare la novità. Niente finzioni, niente esibite certezze sul futuro, nel discorso di Carney. È difficile negare che l’Europa si trovi oggi in una condizione di massima incertezza e confusione. E che gli europei, una parte dei quali finalmente consapevoli di non poter restare fermi, debbano agire, procedendo per tentativi (e sicuramente molti errori), più o meno al buio.
Con lo scopo di non essere tagliati fuori dal risiko in cui sono impegnate le grandi potenze del Pianeta. Dal momento che essere tagliati fuori significa in prospettiva, plausibilmente, decadenza economica e sottomissione politica, significa restare indifesi di fronte agli appetiti altrui.
Proviamo ad allineare alcuni fatti, i quali contribuiscono allo stato attuale di incertezza in Europa.
Il primo è che gli europei, stante le scelte dell’Amministrazione Trump, sono ora gli unici veri alleati di cui disponga Kiev. Sostenere Kiev, contribuire ad impedire che Putin la spunti in Ucraina è imperativo per la sicurezza europea. Ma significa anche che gli europei si stanno ora muovendo in acque sconosciute: per la prima volta, dopo la Seconda guerra mondiale, sono coinvolti in un conflitto, le cui sorti saranno decisive per l’Europa, senza disporre della protezione americana, senza poter contare sulla leadership, politica e militare, degli Stati Uniti.
Il secondo fatto riguarda i rapporti fra Europa e Stati Uniti. In Europa soltanto i masochisti o coloro che nella politica di Trump intravvedono l’opportunità per dare una spallata alle nostre democrazie liberali, possono approvare l’attuale Amministrazione. Al tempo stesso, l’Europa non può permettersi, nonostante ciò che Trump e i suoi pensano dell’Europa, di rompere con gli Stati Uniti. L’Europa non ha, e plausibilmente, non avrà ancora per un certo periodo, la capacità di provvedere autonomamente alla propria sicurezza. Basta chiedere ai polacchi o ai baltici per sapere quanto i Paesi europei che più temono l’imperialismo russo siano indisponibili a spezzare il legame con gli Stati Uniti. La verità è che agli europei serve attendere, sperando che gli elettori americani tarpino le ali di un presidente ormai assai impopolare. Non che questo possa fare rivivere le relazioni euro-atlantiche di un tempo (plausibilmente, nemmeno con un presidente democratico potrebbero essere ricostituite, quanto meno con quelle caratteristiche). Ma almeno ciò darebbe più respiro e più tempo agli europei per darsi quell’autonomia strategica su cui da sempre insiste il presidente francese Macron.
Un altro fatto riguarda l’inadeguatezza dell’Unione europea così come è a fronteggiare il nuovo mondo. Nata in epoca di guerra fredda, è cresciuta all’ombra della leadership americana e grazie alla sua protezione. È implausibile che senza profondi cambiamenti (tutti ancora da definire) possa fare fronte alle nuove condizioni. Brexit fu uno choc per quegli europei che credevano nella «irreversibilità» della integrazione europea. Ma Brexit ha anche chiarito che Europa e Unione europea non sono sinonimi e che, per esempio, se ci sarà in futuro una difesa europea questa nascerà dal contributo congiunto di Paesi europei facenti parte dell’Unione (non tutti: vedi Ungheria) e di Paesi europei che non ne fanno parte. In concreto, se nascerà ciò avverrà solo in ambito Nato, e grazie agli sforzi congiunti di Unione europea e Nato.
Un’Europa a geometria variabile di sicuro non può soddisfare l’europeismo tradizionale che ha sempre sognato gli Stati Uniti d’Europa. Per quel tanto o per quel poco che si può ipotizzare o immaginare non c’è nulla del genere all’orizzonte. Forse, chissà?, dal Consiglio europeo del marzo prossimo ricaveremo qualche indicazione di massima sulle prossime mosse degli europei.
Non bisogna però mai dimenticare che il futuro è nelle mani degli elettorati. In Gran Bretagna il governo laburista traballa e i sondaggi non dicono nulla di buono: lo «sfasciacarrozze» Nigel Farage ha il vento in poppa. Movimenti antieuropei sono forti anche in Francia e in Germania. Oppure si consideri il caso italiano. Dispone ora di un governo stabile. Ma i «governi di legislatura» non appartengono alla nostra tradizione. È davvero così implausibile immaginare che prima o poi in Italia si tornerà alla regola, ossia all’instabilità dei governi? L’Europa del futuro sarà forgiata dalle scelte degli elettori dei Paesi europei.
I fattori di incertezza, dunque, sono tanti. Gli europei sanno che devono muoversi. Ma è meglio farlo essendo consapevoli del fatto che non ci sono bussole né garanzie sugli approdi futuri.

A.N.D.E.
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