Il Rapporto Inps fotografa l’invecchiamento della popolazione: aumenta l’età media di buen ritiro, cresce il numero dei pensionati che continuano a lavorare e resta un divario del 34% negli assegni tra uomini e donne
Gli italiani vanno in pensione sempre più tardi e il sistema previdenziale riflette sempre più l’invecchiamento della popolazione e del mercato del lavoro. Nel 2025 l’età media di pensionamento sale a 64,7 anni, rispetto ai 64,5 del 2024 e ai 61,7 registrati nel 2012. È uno dei principali dati contenuti nel 25° Rapporto annuale dell’Inps, presentato oggi a Roma.
Nel complesso i pensionati restano sostanzialmente stabili a 16,4 milioni, di cui circa 8 milioni uomini e 8,4 milioni donne. L’importo lordo complessivo delle pensioni erogate raggiunge 371 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 347 miliardi del 2023, mentre l’assegno medio mensile lordo si attesta a 1.906 euro, in aumento dell’1,3% rispetto allo scorso anno.
L’importo varia sensibilmente a seconda della tipologia di pensione: le pensioni anticipate arrivano in media a 2.162 euro mensili, grazie a carriere contributive più lunghe, mentre le pensioni di invalidità si fermano a 1.130 euro e quelle di vecchiaia a 1.035 euro. Per le pensioni di vecchiaia l’età media di uscita resta ormai stabilmente attorno ai 67 anni (67,2 nel 2025), mentre per le pensioni anticipate è di 61,7 anni, risentendo dei diversi canali di flessibilità previsti dalla normativa.
Il divario di genere
Il rapporto mette in evidenza anche il persistente divario di genere. Sebbene le donne rappresentino il 51% dei pensionati, percepiscono soltanto il 44% dell’ammontare complessivo delle pensioni, pari a 163 miliardi di euro, contro i 207 miliardi destinati agli uomini. Il gap negli assegni pensionistici rimane intorno al 34%.
“Le pensioni di oggi raccontano le carriere di ieri. Le pensioni di domani racconteranno il lavoro di oggi”, osserva il presidente dell’Inps Gabriele Fava. Secondo Fava, il divario pensionistico femminile “non nasce dalla normativa previdenziale, ma da carriere più frammentate, salari più bassi, part-time spesso non scelti, maternità, attività di cura e minore continuità contributiva”. Per questo, aggiunge, “la sostenibilità non è soltanto un equilibrio contabile, ma una responsabilità tra generazioni”, che richiede un rafforzamento del legame tra pensioni, lavoro, giovani, imprese e crescita.
L’Inps fotografa anche un mercato del lavoro sempre più anziano. Tra il 2019 e il 2025 i lavoratori tra i 55 e i 70 anni sono aumentati di 1,16 milioni, mentre la popolazione nella stessa fascia è cresciuta di 1,32 milioni. Nello stesso periodo, pur essendo aumentati di 850 mila gli occupati tra i 18 e i 34 anni, la popolazione giovanile è diminuita di 230 mila persone, confermando il peso dell’invecchiamento demografico e dell’emigrazione dei giovani.
Il lavoro dopo la pensione
Un altro fenomeno in crescita riguarda chi continua a lavorare dopo il pensionamento. I pensionati-lavoratori sono passati da poco più di 40 mila nel 2019 a quasi 158 mila nel 2023, segno che l’uscita dal lavoro non coincide più necessariamente con la fine dell’attività professionale. Rimane inoltre elevata, anche se in graduale diminuzione, la quota di chi torna a lavorare nella stessa impresa dopo essere andato in pensione.
Sul fronte delle retribuzioni, il Rapporto evidenzia che gli stipendi nominali continuano a crescere ma non hanno ancora recuperato integralmente il potere d’acquisto perso durante l’ondata inflazionistica del biennio 2022-2023. La retribuzione media annua lorda dei lavoratori dipendenti è salita a 27.649 euro, con un incremento del 14,5% rispetto al 2019 e del 3,6% nell’ultimo anno. Per il ministro del Lavoro Marina Calderone, intervenuta alla presentazione del Rapporto, il recupero del potere d’acquisto “passa dalla crescita della produttività”, attraverso investimenti, formazione e una maggiore qualità del sistema produttivo.
Infine, pur con un numero record di occupati – oltre 21 milioni tra dipendenti pubblici e privati, circa 2 milioni in più rispetto al 2019 – l’Inps ricorda che il tasso di occupazione italiano resta il più basso tra i cinque Paesi più popolosi dell’Unione europea: Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia.
