I nostri ragazzi hanno bisogno – tra l’altro – di studentati, affitti calmierati e soprattutto borse di studio (non mance) che li affranchino dal problema di mantenersi e diano loro il tempo per studiare, per stare nelle biblioteche e nei laboratori, insieme
Periodicamente si riaccende nel nostro Paese il dibattito sui giovani. Oggi insegno in Inghilterra ma fino a pochi mesi fa ero docente in un’università pubblica di Roma e vorrei raccontare ciò che ho visto. I miei studenti romani sono molto diversi tra loro per estrazione socioeconomica, preparazione e carattere. Molti sono pendolari, spessissimo hanno un lavoro e per lo più vivono in famiglia. La maggior parte ha un Isee che li esenta dal pagare le tasse universitarie: alcuni sono semplicemente poveri. Non di rado soffrono di qualche forma di analfabetismo funzionale e hanno difficoltà a comprendere testi anche non complessi. Ai problemi economici si aggiunge dunque la povertà educativa, nonostante l’alta scolarizzazione. Per raggiungere la Facoltà dalla metropolitana devono attraversare un sottopasso che di notte si trasforma in una latrina piena di bottiglie rotte e profilattici usati. Non sto riscrivendo un capitolo del libro Cuore: si tratta solo della banale e mortificante quotidianità di moltissimi studenti in tante zone del Paese. Ora, a me pare che — al di là di qualche dibattito e degli sforzi di atenei e amministrazioni locali — di questi ragazzi non importi letteralmente niente a nessuno. Non importa a questo governo come ai precedenti, e francamente non sembra importi nemmeno all’opposizione, nonostante le sue radici.
Hanno bisogno di cose banali: studentati, affitti calmierati e soprattutto borse di studio (non mance) che li affranchino dal problema di mantenersi e diano loro il tempo per studiare, per stare nelle biblioteche e nei laboratori, insieme. Di vivere l’università ed emanciparsi da famiglie soffocanti. Hanno bisogno almeno di una contrattualistica per lavori a ore: molti infatti lavorano in nero e per questo non hanno accesso ai permessi di studio. Spesso nemmeno sanno che esistono i permessi di studio. La didattica a distanza è la soluzione invocata da molti — anche miei colleghi — per conciliare studio e lavoro, aggirando problemi personali e mezzi pubblici inefficienti. Non sfugge a nessuno, credo, l’enorme crescita delle iscrizioni agli atenei telematici, tutti privati (e tutti italiani, perché — per essere chiari — il fenomeno non ha paragoni in altri Paesi simili al nostro). Ma non è così che si permette a una società e alle persone di crescere. Così si manda tutto in malora e basta. È chiaro che si potrebbero proporre raffinate analisi sociopolitiche e svariati distinguo. Ma ogni tanto farla semplice è un dovere civile.
