L’America può indebolirsi, la Ue no: difesa e crescita non possono aspettare
«Ormai l’economia è quella di Trump e gli elettori sono sempre più insoddisfatti di come il presidente la sta gestendo» scriveva venerdì scorso il Wall Street Journal. Il giornale americano commentava i risultati di un sondaggio svolto nelle prime settimane di questo mese su un campione rappresentativo di elettori. Solo il 45% approva l’operato di Trump in economia; il 54% lo disapprova. Un anno fa il numero di americani che approvava era uguale a quello di chi disapprovava.
È l’inflazione ciò che più preoccupa una maggioranza di americani e influenza la loro valutazione della leadership di Trump. E una parte significativa della popolazione pensa che le politiche di Trump aumenteranno ulteriormente i prezzi.
Negli Stati Uniti l’inflazione oggi si aggira intorno al 2,7%. Non è elevatissima, ma la percezione dei consumatori sui prezzi, soprattutto per i beni di consumo pressoché quotidiano, come le uova, pesano, sulle loro opinioni politiche. È un fenomeno comune: la percezione del prezzo di un caffè influisce più delle statistiche macroeconomiche sulle opinioni politiche. Il prezzo delle uova superò gli 8 dollari la dozzina nel 2024, per effetto dell’influenza aviaria che decimò le galline e fu un fattore determinante della sconfitta di Kamala Harris. Oggi il prezzo di una dozzina di uova è la metà di quanto era nel 2024, ma molti americani continuano a considerarlo troppo elevato in relazione al proprio reddito.
I dazi sono un altro fattore che tiene alta l’inflazione e determina il giudizio degli elettori su Trump. Del 2,7% di inflazione, circa mezzo punto è dovuto ai dazi, che sono pagati quasi interamente dagli americani: due terzi dai consumatori, il resto dalle imprese, quasi nulla (meno del 5%) da chi esporta negli Usa, come dimostra uno studio pubblicato ieri dal Kiel Institute, un centro di ricerca tedesco. Fra un anno, dopo le elezioni di midterm, se continuerà ad usare i dazi come arma, Trump potrebbe rivelarsi un’ «anatra zoppa». Il futuro dell’Occidente non si deciderà in Groenlandia. Come scriveva il Foglio due giorni fa, «si deciderà molto più probabilmente nel Maine e in Alaska, o nei sobborghi di Philadelphia e Detroit. In tutte quelle località americane da dove a novembre potrebbero arrivare risultati elettorali capaci di cambiare l’esito delle elezioni di midterm, mutando completamente il destino della seconda presidenza di Donald Trump e forse il percorso futuro degli Stati Uniti».
In una situazione politica che evolve così rapidamente bisogna chiedersi che cosa possiamo fare per non venire travolti. Due sono le priorità per l’Europa e a maggior ragione per l’Italia: la difesa e la crescita. La difesa perché è palese che nessuno più ci difenderà gratuitamente, o anche solo ci difenderà tout court: è stato così per 80 anni, ma quel mondo è finito, e probabilmente sarebbe finito anche senza Donald Trump.
Ma nessun Paese europeo, neppure la Germania, è abbastanza grande per difendersi da solo, anche perché la difesa costa tanto più quanto meno i sistemi d’arma sono integrati. Gli Stati Uniti da soli hanno un numero di aerei da combattimento quanto tutti i Paesi europei della Nato insieme; a differenza degli europei, però, concentrati in un minor numero di modelli, quindi meno costosi e più efficienti, basti pensare alla gestione dei pezzi di ricambio.
Una difesa comune efficiente si può fare solo finanziandola con debito comune perché, come abbiamo imparato con il Pnrr, solo l’uso di debito comune, cioè titoli emessi dalla Ue, consente di vincolare i Paesi a procedere insieme sugli acquisti, per evitare duplicazioni, e sugli investimenti, per costruire sistemi d’arma capaci di «parlarsi».
Ma nei confronti del debito comune continua a prevalere lo scetticismo, soprattutto nel nord della Ue. Il cancelliere tedesco Merz ha fatto qualche apertura importante, ma la maggioranza dei tedeschi teme che sia un modo per scaricare su Berlino i costi della difesa europea. È una a preoccupazione comprensibile, che risale ai negoziati sul Pnrr: l’allora governo giallo-verde era solito ripetere che grazie al Pnrr l’Italia avrebbe ricevuto risorse senza aumentare il proprio debito perché il debito comune europeo sarebbe stato ripagato dalla Ue. Un’affermazione evidentemente sbagliata, che confermava le preoccupazioni tedesche. I benefici del debito comune non derivano dal fatto che qualcun altro lo ripagherà, bensì dal fatto, molto più importante, che obbligherebbe i Paesi europei a coordinarsi.
Ma ancor più importante della difesa, perché ne è la condizione, è la crescita.
Lo scarso investimento in Ricerca e Sviluppo è la ragione principale del divario di crescita fra gli Stati Uniti e l’Ue, che ci ha portato, negli ultimi trent’anni, da un reddito pro-capite uguale a quello americano a un terzo. Come documentato nel Rapporto Draghi, i settori in cui l’Europa non è riuscita a tenere il passo con gli Stati Uniti sono quelli a più alta produttività: internet negli anni ‘90 del secolo scorso, l’Intelligenza Artificiale oggi. Per recuperare il tempo perduto non è necessario imparare a costruire i chip di Nvidia o un nuovo Large Language Model: un grande spazio in cui crescere, e nel quale abbiamo un vantaggio comparato, è l’applicazione alle imprese europee dei modelli di IA esistenti.
L’Ue investe in R&S meno degli Usa (2,2% del Pil contro 3,5%) e meno anche della Cina (2,8%). Per investire quanto gli Stati Uniti dovremmo spendere in R&S circa 500 miliardi di euro in piu’ all’anno. Questa cifra, 500 miliardi, corrisponde, più o meno, al risparmio che ogni anno l’Ue «esporta» cioè investe altrove nel mondo anziché in Europa. Il problema quindi non è la carenza di risorse, bensì creare le condizioni per cui queste risorse siano investite in Europa anziché altrove. Un imprenditore italiano, o tedesco, dopo aver creato un’azienda, per farla crescere nel mercato europeo deve creare 27 società, una per ciascun Paese dell’Ue, e ciò significa costi fissi (avvocati, commercialisti, etc) che lo manderanno in perdita ben prima di essersi stabilito nei primi 10 mercati. Gli converrà trasferirsi negli Stati Uniti dove una singola registrazione nel Delaware gli consente, nel giro di poche ore, di raggiungere l’intero mercato americano.
Una cosa concreta che l’Europa può fare per opporsi ad un personaggio pericoloso e volatile come Trump è accelerare il completamento del mercato unico. Unirlo davvero dovrebbe essere il nostro primo obiettivo. Per realizzarlo è necessario smantellare le rendite che si formano là dove il mercato non è unificato. È forse un caso che nel mercato elettrico e in quello finanziario, entrambi lungi da essere mercati unici, operino alcune delle aziende che hanno i profitti più elevati?
