Tajani: «Ho chiesto di garantire la sicurezza agli italiani». I deputati Pd: «Al primo alt ci fermiamo». Le voci dalle barche: «La notte mi arriva la paura e non riesco a prendere sonno ma ho deciso: devo andare fino in fondo».

Già mercoledì la Global Sumud Flotilla potrebbe entrare nella «zona a rischio», che dovrebbe essere quella a circa cento miglia di distanza dalla Striscia di Gaza, in acque ancora internazionali. Con un condizionale d’obbligo, visto che il confine ufficiale del blocco navale dovrebbe essere molto più avanti e la discrezionalità dei militari israeliani è molto ampia.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ieri ha cercato di tranquillizzare gli animi: «Ho parlato con il titolare degli Esteri d’Israele e ho chiesto che venga garantita la sicurezza degli italiani, che non ci siano azioni violente in caso di intervento israeliano». Ma che nessuno si faccia male il capo della Farnesina non può assicurarlo: «Forzare il blocco comporta rischi, mi auguro che il rischio non sia la vita».
Il ministro della Difesa Guido Crosetto la pensa alla stessa maniera: «Do per scontato che gli attivisti vengano arrestati, questo mi sembra il minimo. Metterei la firma perché succedesse solo questo senza nessun altro tipo di conseguenza».
Anche a bordo serpeggia la paura. «Ho una fifa nera, l’attacco con i droni del 23 settembre è stato spaventoso e tra poco varcheremo la linea della zona a rischio. Io poi non ho nessuna esperienza militare, non ho fatto nemmeno il servizio di leva. Sono un non violento». Carlo Alberto Biasoli, 39 anni, di Ravenna, è alla guida della barca a vela Morgana, che ospita anche il senatore M5S Marco Croatti e l’europarlamentare dell’Avs Benedetta Scuderi. Ammette: «Ho dovuto prendere il comando perché il nostro skipper è sceso. Ero il primo ufficiale e se me ne fossi andato anche io l’imbarcazione si sarebbe dovuta fermare. Non voglio essere un martire ma non ho dubbi: il blocco navale va rotto».  Lo scopo è quello già dichiarato più volte creare un corridoio umanitario permanente via mare che non sia gestito dallo Stato ebraico. «Israele – dice Biasoli – è stato capace di colpire la nostra barca con una precisione così alta. Trovo sconvolgente che non trovino gli ostaggi, è veramente strano che con le loro risorse non siano mai riusciti a liberarli».
Tra i naviganti della Flotilla la concentrazione è al massimo. Si fanno le ultime esercitazioni simulando gli scenari che si potrebbero verificare anche sulla base di quello che è successo in passato. «I training ti allenano ad avere una metodologia, ad agire quando sei nel panico. Mi sento come sulle più grandi montagne russe che abbia mai visto in vita mia. La notte mi arriva la paura e non riesco a prendere sonno ma ho deciso: devo andare fino in fondo».<
Irene Soldati, 40 anni, di Bologna, una grande passione per il mare, è sull’Aurora, una delle barche più grandi che guida la Flotilla insieme alla Alma dove sono Greta Thunberg e Thiago Avila. Aggiunge: «Non mi sento una provocatrice, noi vogliamo accendere una miccia di pace non di guerra. Sono una persona non violenta, non ho armi in mano, tutto quello che ho è il mio corpo. Il nostro obiettivo è arrivare nelle acque territoriali della Palestina. Dicono che stanno distruggendo il porto di Gaza e noi allora metteremo gli aiuti sulle scialuppe e li porteremo a terra».
La inea decisa dal direttivo è chiara. Di fronte all’alt della Marina Militare israeliana la Flotilla non si fermerà. Soltanto la Karma dell’Arci ha fatto sapere che non andrà oltre. A bordo, insieme ad altre cinque persone, ci sono due parlamentari del Pd, Arturo Scotto e Annalisa Corrado, e un consigliere regionale, Paolo Romano, sempre del Pd.
I naviganti sono concentrati, determinati a non cedere. La randa della Seul cigola mentre parliamo con Silvia Severini, 54 anni, impiegata, un compagno e due figli che l’aspettano ad Ancona: «Mi dispiace non essere andata a votare — dice – ma ho scelto di rimanere per combattere il silenzio dei governi contro i crimini di guerra, migliaia di persone sono morte in modo mirato». A bordo sono finiti il pane e il caffé, la stanchezza è tanta ma non la paura: «Dubito che ad Israele gli convenga torcerci un capello — aggiunge Silvia —, abbiamo avuto una risonanza mediatica che non ci saremmo mai aspettati».
La loro è una missione che non può fermarsi. Hakan Kaya, 35 anni, commerciante turco tedesco, si è imbarcato sulla Maria Cristina perché continuava a piangere «per i palestinesi che morivano». «È da quando è successo l’attacco alla Navi Marmara (nel 2010 ndr.) che non mi bastava più protestare, sentivo di dover di fare qualcosa di più, non per Gaza ma per l’umanità tutta». Quando gli chiediamo degli ostaggi nelle mani di Hamas risponde: «Non ci focalizziamo su di loro, parliamo dei gazawi che perdono la vitae di cui nessuno fa menzione».

A.N.D.E.
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