Per anni abbiamo visto l’economia come l’alternativa alla guerra, ma la distinzione non regge. Oggi è chiaro che non l’ha sostituita, ma è diventata uno dei principali campi di battaglia. Per questo serve produrre di più e meglio
Per trent’anni ci siamo raccontati una storia rassicurante. Pensavamo che la globalizzazione avesse reso le guerre meno probabili, perché un mondo unito dal commercio e dagli investimenti avrebbe avuto troppo da perdere da un conflitto. L’economia era vista come l’alternativa alla guerra.
Oggi la distinzione non regge. La guerra non si combatte solo con missili, droni, carri armati e portaerei. Si combatte anche con dazi, sanzioni, embargo, controllo delle materie prime, tecnologie strategiche, reti energetiche, microchip e cavi sottomarini. L’economia non ha sostituito la guerra: è diventata uno dei principali campi di battaglia.
Basta guardarci intorno. La Russia ha usato per decenni il gas come leva politica verso l’Europa. La Cina limita l’esportazione delle terre rare indispensabili all’industria occidentale. Gli Stati Uniti bloccano la vendita a Pechino dei semiconduttori più avanzati. Le potenze competono per assicurarsi miniere di litio, impianti per batterie, intelligenza artificiale, energia nucleare, infrastrutture digitali. Dietro ogni grande scelta economica si intravede una questione di sicurezza nazionale.
La svolta
Questa realtà ha un nome: geoeconomia. Significa che gli strumenti economici vengono usati per accrescere la potenza di uno Stato o per indebolire quella dei concorrenti. Non è sufficiente avere un esercito forte. Occorre produrre energia, controllare tecnologie decisive, possedere industrie competitive, rendere sicure le catene di approvvigionamento.
Molti attribuiscono questa svolta a Donald Trump. Lui ha accelerato un cambiamento già in corso, non lo ha inventato. Henry Kissinger, un protagonista della geopolitica del Novecento scomparso di recente, disse di Trump: è uno di quei personaggi che nella Storia appaiono per segnalare un passaggio d’epoca, e indietro non si torna.
La convinzione che sicurezza economica e difesa nazionale coincidano ormai è bipartisan negli Stati Uniti. Joe Biden mantenne i dazi introdotti dal primo Trump e vi aggiunse centinaia di miliardi di aiuti di Stato per riportare in patria produzioni considerate strategiche, dai semiconduttori alle batterie. L’Europa cerca «autonomia strategica». La Cina pratica da decenni il protezionismo e una politica industriale orientata a conquistare la leadership tecnologica mondiale. Giappone, Corea del Sud, Singapore e Taiwan hanno sempre considerato l’industria uno strumento di potenza nazionale. Tutti i miracoli di quei «dragoni asiatici» furono segnati da una concezione bellicosa: l’economia come arte marziale.
Bisogna liberarsi di un’altra illusione. Abbiamo pensato che il libero mercato fosse destinato ad allargarsi senza limiti, fino a trasformare il pianeta in un’unica economia integrata. Dopo la fine della Guerra fredda, soprattutto nell’era «unipolare» in cui l’America non aveva rivali strategici alla sua altezza, si aprì quella stagione della globalizzazione in cui sembrava naturale delocalizzare fabbriche, affidare intere produzioni ai Paesi più convenienti, inseguire il costo del lavoro più basso. L’efficienza economica sembrava l’unico criterio.
Le forze populiste
Poi sono arrivati gli shock. I ceti sociali danneggiati dalle delocalizzazioni in Occidente hanno cominciato a ribellarsi, premiando forze populiste di destra e di sinistra. La crisi finanziaria del 2008 ha mostrato le fragilità del sistema. La pandemia ha fatto scoprire che molti Paesi occidentali non erano più in grado di produrre farmaci o componenti essenziali. La guerra in Ucraina ha ricordato quanto è pericoloso dipendere dal gas di una potenza ostile. La rivalità tra Washington e Pechino ha trasformato i microchip in un’arma strategica. L’Iran ha perso un conflitto militare ma si è preso una rivalsa geoeconomica chiudendo Hormuz.
Ora il concetto dominante non è più soltanto l’efficienza, ma la resilienza. Le imprese non cercano semplicemente il fornitore meno costoso; cercano quello più affidabile e stabile. I governi non si limitano a favorire la crescita economica; vogliono ridurre le dipendenze che potrebbero trasformarsi in strumenti di ricatto.
Questo non significa che il commercio internazionale sia destinato a scomparire. Sarebbe impossibile e indesiderabile. Ma la globalizzazione, che sembrava destinata a espandersi all’infinito, appartiene al passato. Oggi ogni potenza seleziona con maggiore attenzione ciò che considera strategico. Le tecnologie sensibili vengono protette. Gli investimenti esteri sono soggetti a controlli. I governi sostengono con sussidi le industrie ritenute essenziali. Perfino il linguaggio è cambiato: si parla di sovranità industriale, autonomia tecnologica, sicurezza energetica.
I protagonisti
È un ritorno del nazionalismo economico? In parte sì. Ma conviene evitare le semplificazioni. Nessuno dei protagonisti dell’economia mondiale ha mai praticato un liberismo assoluto. La Cina ha costruito la propria potenza con un forte intervento dello Stato. Gli Stati Uniti rivalutano la politica industriale che loro stessi avevano scoperto durante la Grande depressione degli anni Trenta, nella Seconda guerra mondiale, e nella gara con l’Unione Sovietica negli anni Cinquanta. L’Europa ha sempre cercato di difendere i propri settori strategici, il problema è che questa autodifesa l’ha riservata soprattutto ad attività del passato, presidiate da lobby retrograde.
La Storia offre un insegnamento. La Seconda guerra mondiale non fu vinta soprattutto nelle grandi battaglie, ma nelle fabbriche. Vinsero gli Alleati perché disponevano di un sistema industriale capace di produrre più aerei, navi, carburante, più innovazione tecnologica del nemico. La superiorità militare fu il risultato di quella economica. Anche oggi la forza di un Paese non si misura solo dal numero o dall’eroismo dei suoi soldati. Conta la capacità di produrre semiconduttori, batterie, energia, intelligenza artificiale, sistemi spaziali, farmaci, materiali avanzati. Conta la solidità della ricerca scientifica, la qualità delle università, l’efficienza delle infrastrutture, la disponibilità di capitali.
L’economia è parte integrante della sicurezza nazionale. Il XXI secolo non sarà segnato solo da conflitti militari tradizionali. Le competizioni si giocheranno sui mercati, nelle fabbriche, nei laboratori di ricerca, nelle reti digitali. I cannoni continuano a esistere, ma dietro ogni cannone ci sono acciaio, energia, tecnologia, finanza e capacità produttiva.
Nelle prossime puntate vedremo come questa logica ridisegna gli equilibri tra America, Cina, Europa e altre aree. La regola fondamentale è questa: nell’età della geoeconomia, la ricchezza non serve solo a prosperare. Serve anche a difendersi.
