Quel desiderio di spartirsi il mondo. In troppi ragionano come Trump, Putin e Xi: ritengono irrilevante il pensiero altrui
Molti hanno rilevato le somiglianze che ci sono fra il modo di ragionare, nonché quello di operare, di Donald Trump, Vladimir Putin, Xi Jinping. Ma forse non molti hanno colto che il suddetto trio ragiona esattamente come tanti nostri connazionali, ivi compresi un bel po’ di intellettuali assai presenti nel dibattito pubblico.
Ciò che accomuna Trump, Putin e Xi Jinping, nonché i loro più ferventi seguaci, è il disprezzo per ciò che pensano e vogliono le persone comuni. Putin dice: l’Ucraina è mia e ciò che ne pensano gli ucraini è irrilevante. Xi Jinping dice: Taiwan è mia e al diavolo ciò che vogliono i taiwanesi. Trump dice: la Groenlandia mi serve, e se i suoi abitanti e i danesi non sono d’accordo peggio per loro. D’altra parte, è proprio assumendo l’irrilevanza di ciò che vogliono le persone comuni alle quali si negano sia l’indipendenza di giudizio sia la libertà di agire secondo le proprie convinzioni, desideri o aspettative, che si possono concepire progetti di «spartizione del mondo» (a te la tua zona di influenza, a me la mia). Ogni appartenente al suddetto trio dispone della propria (rivisitata) dottrina Monroe. Tutto questo è chiaro a molti. Ma forse è meno chiaro che lo stesso modo di concepire il mondo è fatto proprio da tanti italiani.
Fortunatamente non si tratta della maggioranza ma di una cospicua minoranza sicuramente. Sono quelli che fin dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina hanno mostrato indifferenza se non disprezzo per la disperata resistenza degli ucraini nonché comprensione quando non aperta simpatia per l’azione di Putin. Sono quelli che addossano all’Occidente (l’espansione ad Est della Nato) la responsabilità della guerra. Senza contare che per costoro gli ucraini — lo dice Putin e lo ripetono i suoi più o meno consapevoli fiancheggiatori italiani — sono nazisti o giù di lì.
Prendiamo il tema dell’espansione ad Est della Nato. Chi la considera la causa della guerra ne parla come di un’inconfutabile prova della prepotenza occidentale, delle pulsioni imperialiste americane. In perfetta coerenza con il proprio disprezzo per i sentimenti delle persone comuni, chi ragiona così omette di considerare che quella espansione fu fortemente voluta dalla schiacciante maggioranza dei cittadini di neonate democrazie che si erano appena liberati dal giogo sovietico e che nella Nato vedevano uno scudo difensivo contro una possibile rinascita delle ambizioni imperialiste russe. Ambizioni che, sopite per poco più di un decennio dopo la caduta dell’Urss, si sono risvegliate nel primo decennio del XXI secolo.
Attenzione: tutto ciò va preso molto seriamente perché dietro questo modo di ragionare c’è una vera e propria visione del mondo. È possibile rintracciare una correlazione fra l’atteggiamento malevolo nei confronti degli ucraini di tanti e il disprezzo che costoro manifestano per la libertà individuale, per la libertà di scelta delle persone. Se tale libertà è un’illusione, una fola, il frutto di un castello di bugie inventate dai «capitalisti» o da altri potenti per tenerci tutti buoni, allora è irrilevante (un frutto della «falsa coscienza») ciò che vogliono le persone comuni. I loro sentimenti e i loro desideri non hanno diritto di cittadinanza nella suddetta visione del mondo. C’è una domanda, piuttosto ovvia, alla quale sembra difficile che si possa dare una risposta soddisfacente: se la nostra libertà personale (di noi italiani e di tutti gli altri) è solo una illusione, se in realtà siamo marionette i cui fili sono tirati da altri, come ha fatto chi denuncia la suddetta condizione umana a sfuggire alla regola?
È evidente che se la libertà di scelta dei singoli è una illusione, se siamo tutti in qualche modo assoggettati a una qualche forma di dominio, allora essere spostati come pacchi da un dominatore all’altro non fa una grande differenza. Anzi, può esserci un vantaggio nel passare dal dominio subdolo, ipocrita e che pretende di non essere tale (quello a cui siamo soggetti nelle nostre democrazie occidentali) a quello aperto e che non deve ricorrere a simili finzioni dei russi o dei cinesi (o anche degli ayatollah iraniani che tanto piacquero a molti intellettuali occidentali all’epoca della rivoluzione di Khomeini).
È questa visione del mondo che spiega perché così tanti italiani (e gli intellettuali che se ne fanno portavoce) non abbiano nulla da obiettare, anzi trovino del tutto legittimo il diritto che i russi accampano a che si rispetti la loro sfera di influenza. Nella più assoluta indifferenza per ciò che pensano e vogliono le persone che ci cadono o dovrebbero caderci dentro. Costoro ragionano esattamente come Trump, Putin e Xi Jinping.
Detto questo, resta il fatto che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. È lecito essere scettici sulla possibilità che davvero possa nascere, e stabilizzarsi, un ordine internazionale fondato sulla spartizione del mondo in zone di influenza fra poche grandi potenze. Le ragioni sono molte ma una di essa è la stessa che viene sottovalutata o disprezzata da tanti: quella rappresentata da ciò che vogliono le persone comuni. Le quali non sono pacchi in quanto tali spostabili con facilità di qua e di là. Nel mondo moderno si sono affermate, ed è difficile bloccarle, le forze dirompenti del nazionalismo e della democrazia. Per il primo vale il principio secondo cui è legittimo solo quel governo i cui membri abbiano la stessa nazionalità dei governati. Per la seconda vale il principio secondo cui ciascuno ha il diritto di dire la sua su come vuole essere governato. Chi pensa che stiamo entrando stabilmente in un mondo di «imperi» sottovaluta il fatto che, a differenza di quanto avveniva in passato, le persone (o tante di loro) non sono più disposte ad assoggettarsi passivamente all’impero di turno. Naturalmente, in tutto ciò c’è anche un risvolto poco rassicurante. Perché se i tentativi di imporre dominii imperiali si scontrano contro forze potenti, allora l’instabilità diventa una condizione permanente. Ciò aumenta i rischi di guerre, il cozzo fra la volontà di potenza di imperatori o aspiranti tali la cui forza è minore di quanto essi vorrebbero. Un mondo instabile e pericoloso. Con poche certezze. Una di esse, però, è che la libertà di scelta delle persone non è un’illusione. E che conviene tenerla in gran conto.
