’incontro senza tensioni con il premier spagnolo. E il cancelliere tedesco e Macron arrivano insieme, Merz: «Noi due quasi sempre d’accordo»
Sembra che il governo italiano abbia fatto arrabbiare quello spagnolo, così ricostruisce il quotidiano El Pais: Sanchez non ha condiviso l’utilità di una riunione informale prima che il Consiglio iniziasse, dove, dunque, non sarebbe stato invitato. Ed era Roma che diramava gli inviti, a quanto pare. Anche se l’iniziativa era promossa insieme a Berlino e al governo belga.
Eppure quando Giorgia Meloni incontra Pedro Sánchez sembra che i due discutano in modo costruttivo. «Pedro non mi ha detto nulla», fa sapere la presidente del Consiglio. Dunque caso chiuso, almeno per lei. E poco male se a protestare in modo esplicito sono anche gli irlandesi. Sono forse piccoli elementi di colore, ma contribuiscono a dare una scossa ad un vertice del quale trapela pochissimo: persino gli staff dei leader, per oltre otto ore, non hanno contatti con i propri capi di governo o di Stato, e il ritmo del Consiglio è molto serrato, prima l’intervento di Mario Draghi, poi quello di Enrico Letta, che illustrerà anche alcune slide, poi in entrambe le sessioni 4 minuti a testa ad ognuno dei 27 per fare una domanda ai due ex premier, che hanno stilato i rapporti strategici su competitività e mercato interno dell’Unione.
Giorgia Meloni parla solo all’ingresso, appena arrivata al castello di Alden Biesen. Lo fa di fretta, anche perché «sto congelando». E lo fa smorzando gli entusiasmi, o le enfasi diffuse, su un asse con Berlino. Sugli eurobond si riavvicina a Parigi, e dunque alle ricette di Mario Draghi, almeno in apparenza: «Io sono favorevole, ma il tema come sapete è molto divisivo».
La discussione con Draghi e Letta? «Sarà un dibattito molto franco, dobbiamo dare risposte ai nostri settori produttivi». L’obiettivo di questo Consiglio? «Occorre dare dei mandati più chiari alla Commissione europea, anche per frenare una burocrazia che ha esondato dal suo ruolo».
Si è appena conclusa la riunione informale con 20 paesi, organizzata da Roma, Berlino e Belgio, che ha fatto storcere il naso, come detto, a chi è rimasto fuori, considerandola «inappropriata e divisiva». Meloni fa il punto pochi minuti prima dell’inizio del summit. Indica almeno cinque temi prioritari che spera vengano trasformati in dossier concreti al prossimo Consiglio europeo di marzo: «Io mi concentrerò in primo luogo sui prezzi dell’energia, ci vuole una risposta europea per la competitività delle nostre imprese, e poi lo sapete, la semplificazione burocratica, il settore dell’automotive, l’autonomia strategica rispetto alle materie prime, il quadro regolatorio interno all’Unione che va semplificato».
Di sicuro per la presidente del Consiglio un dato che riguarda tutti i dossier che verranno discussi in queste settimane é quello della fretta: «Servono risposte concrete, efficaci, immediate sui temi della competitività, perché non c’è più tempo da perdere», e aggiunge, l’Ue «torni a pensare in grande». Alla fine della giornata, prima di rientrare a Roma, otto ore dopo, mostrerà un minimo di soddisfazione con i suoi collaboratori: «Almeno si è tutti d’accordo sul fatto che fra un mese, alla prossima riunione, dobbiamo avere nero su bianco una road map delle riforme, e almeno tre, mercato elettrico in testa, devono cominciare a marciare».
Ma la giornata serve anche a tornare sull’asse con Berlino, la premier dice con chiarezza che «esiste sicuramente un rilancio del nostro coordinamento con la Cancelleria, ma bisogna comunque parlare con tutti, è un errore escludere qualcuno. In Europa esistono delle alleanze a geometria variabile, per esempio nel prossimo futuro sul bilancio della Coesione saremo certamente più vicini ai paesi del Sud Europa rispetto a quelli del Nord».
Del resto, mentre lei si avvicina ai cronisti, mentre chiama per nome il cancelliere, le telecamere inquadrano alle sue spalle proprio Macron e Merz che arrivano insieme al castello e rilasciano una dichiarazione comune. Anche il capo del governo tedesco accorcia le distanze con Parigi: «Noi due siamo quasi sempre d’accordo».
