11 Dicembre 2025
Tecnologia

Il rapporto di forza è cambiato: nel digitale le leve non sono nelle mani di chi possiede i dati, ma di chi li trasforma

Che la digitalizzazione progressiva dei nostri ambiti vitali implichi drammatici mutamenti della mappa del potere economico e politico sembra ai più evidente. La prima conseguenza di questo fatto consiste nel cercare di capire dove si trova il nucleo di tale cambiamento e come lo si possa in qualche modo governare. Se accettiamo questa ragionevole assunzione, allora il primo problema diventa quello di identificare il focus del nuovo potere digitale. Il dibattito contemporaneo in materia rischia in effetti di fare molta confusione. Da un lato, siamo messi in guardia contro le derive ipercapitaliste, come il «capitalismo della sorveglianza» analizzato da Shoshana Zuboff o la «psicopolitica» descritta da Byung-Chul Han. Dall’altro, emergono proposte di welfare digitale, come il «webfare» teorizzato da Maurizio Ferraris, volte a restituire un valore collettivo alla nostra produzione di dati. Una polarizzazione del genere, a parer nostro, rischia di oscurare una questione ontologica più profonda e filosoficamente decisiva. Ci stiamo concentrando, infatti, sull’obiettivo sbagliato. Il potere, oggi, non risiede primariamente nei dati in quanto tali, ma nella capacità trasformativa del computazionale.
A ben vedere, il paradigma critico mainstream si è, infatti, cristallizzato attorno a una visione dei dati come «nuovo petrolio». Zuboff descrive come l’esperienza umana venga espropriata e trasformata in dati comportamentali; Han analizza come i Big Data penetrino la psiche per fini di controllo; Ferraris, giustamente, ne reclama una redistribuzione. Eppure, tutti questi approcci rimangono ancorati all’idea del dato come essenza del problema.
La distinzione cruciale, come osserva tra gli altri il giurista Massimo Durante, è invece che il vero «petrolio» non sono i dati, ma il potere di utilizzarli e di immetterli in una struttura di calcolo. I dati, in sé, sono inerti. Acquisiscono valore e potere solo nel momento in cui vengono processati, trasformati e messi in relazione da algoritmi che ne estraggono previsioni, pattern e, soprattutto, possibilità d’azione.
È qui che entra in gioco la «vis trasformativa» del computazionale. Non si tratta semplicemente di una capacità quantitativa di processare enormi volumi di informazione, ma di un dato qualitativo: l’esercizio di questo potere modifica il modo stesso in cui interagiamo e diamo forma al mondo.
Questa trasformazione opera in più direzioni. Innanzitutto, il potere computazionale non si limita a osservare i nostri comportamenti, ma li riconfigura attivamente. Gli algoritmi non sono strumenti neutrali di analisi, ma dispositivi che esercitano potere pretendendo di adattare la realtà — e la nostra rappresentazione di essa — al modo di funzionamento delle tecnologie.
Di conseguenza, è il mondo stesso che si adatta per diventare «machine-readable», leggibile dalle macchine. Ci sembra che la realtà inizi a essere definita sempre più dal software. Le automobili senza autista, per fare un esempio, hanno bisogno di strade «preparate» in vista delle loro esigenze se vogliamo che viaggino in maniera efficiente e sicura. E, sempre per restare nell’ambito delle auto, per comprendere il primato del software basta pensare che oramai noi non acquistiamo più automobili come oggetti, ma licenze d’uso per funzionalità software.
Il problema non è così costituito dalla «datacrazia», il potere basato sul possesso dei dati, ma da una ben più pervasiva «algocrazia»: un sistema in cui il potere decisionale è delegato agli algoritmi e quindi al software. Non è questione di possedere informazioni, ma di disporre dell’infrastruttura computazionale che le trasforma in azione, previsione e controllo.
Questa dimensione infrastrutturale è decisiva. Controllare le architetture, le piattaforme e il cloud significa possedere una leva strategica capace di riconfigurare le gerarchie tra Stati, imprese e blocchi geopolitici. Ed è proprio qui che si intravede un allarme cruciale per la democrazia: l’avvento dell’Intelligenza Artificiale rende labile il confine tra il calcolo personale, eseguito sui nostri dispositivi, e quello centralizzato nel cloud. Non sappiamo più cosa viene deciso localmente e cosa ci viene imposto da un’oligarchia del cloud.
Di fronte a questo scenario, le soluzioni di solito proposte appaiono inadeguate. Come abbiamo detto, le critiche al capitalismo della sorveglianza, pur corrette, restano data-centriche. Le proposte di webfare, cercando di redistribuire il valore economico dei dati, lasciano intatta la concentrazione del potere computazionale nelle mani di chi controlla le infrastrutture algoritmiche.
Una risposta efficace richiede di spostare il focus: non dobbiamo governare solo la proprietà dei dati, ma la governance del potere trasformativo stesso. Questo implica democratizzare l’infrastruttura computazionale, non solo restituire valore dai dati. Significa esigere trasparenza e un «diritto alla spiegazione» per le trasformazioni algoritmiche che subiamo.
Dobbiamo, in sintesi, riconoscere la natura di questa rivoluzione «documediale», in cui il capitale non produce più merci o finanza, ma registrazioni digitali che riconfigurano la realtà sociale. Siamo una specie tecno-umana, che da sempre abita il mondo trasformandolo. La discontinuità odierna è che, per la prima volta, deleghiamo questa capacità di trasformazione ad agenti artificiali.
Questa rivoluzione, tanto più profonda quanto più inosservata, ci impone di ripensare le forme del potere. Il dibattito deve evolvere: dai dati come sostanza al computazionale come processo; dal possesso delle informazioni al controllo dell’infrastruttura che le rende operative; dalla distribuzione del valore alla democratizzazione della capacità stessa di trasformare i dati in azione, conoscenza e, infine, mondo.

A.N.D.E.
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