Spreco acqua ambiente

Negli ultimi trent’anni molti Paesi europei hanno aperto la gestione dell’acqua al mercato

L’acqua? Pubblica, ma a gestione industriale. Con società esterne a totale controllo pubblico oppure con altre formule in cui ci sono aziende che sono controllate per la maggioranza dal pubblico ma di cui fanno parte anche soci di minoranza privati. È un mondo variegato quello che riguarda la gestione del settore idrico integrato. Ossia la risorsa acqua nel suo complesso. Perché quella che arriva nelle case, nelle aziende e nelle fontanelle, prima essere messa in rete deve passare attraverso un processo di controllo e potabilizzazione.

Il punto del referendum del 2011
«Sia chiaro, l’acqua, come è stato detto nel referendum del 2011 quando abbiamo votato tutti, è pubblica – premette Ilvo Sorrentino, responsabile nazionale della Filctem Cgil -, ma questo non vuol dire comunque che debba essere gratis a prescindere, anche perché dietro quella che arriva ogni giorno c’è un sistema di servizi e costi che riguardano la potabilizzazione, la gestione delle reti, il controllo degli invasi e degli acquedotti». Proprio per questo motivo c’è la questione delle tariffe: «I gestori fanno pagare i costi per far sì che l’acqua arrivi nelle case e si renda un servizio efficiente».
C’è poi il caso Italia: «Il nostro paese è al primo posto nel quadro dell’UE per volumi di acqua prelevata per uso potabile, con circa 150metri cubi per abitante l’anno – argomenta-. Purtroppo però su circa 8 miliardi di metri cubi di di acqua immessa in rete 3,4 miliardi di metri cubi si disperdono: il 42,2% del totale. Per questo motivo è necessario che a monte ci sia una gestione industriale che metta assieme il servizio, la programmazione e la pianificazione degli interventi». Non meno importante un altro aspetto che «molto spesso non viene preso in considerazione»: nei costi del servizio idrico sono comprese anche le tariffe che riguardano lo smaltimento delle acque nere. «Anche questa attività ha un costo importante – continua ancora Sorrentino – non dobbiamo poi dimenticare che il 13% delle persone, 7 milioni, non è allacciato alla rete fognaria».

Una gestione differente
Oggi la gestione del servizio non è uguale ovunque. A rimarcarlo è anche il rapporto annuale della Fondazione Utilitas con il supporto di Utilitalia e altre istituzioni, intitolato Blue Book 2025 servizio idrico integrato e filiera estesa dell’acqua, secondo cui «solo il 54% della popolazione vive in territori in cui il servizio idrico integrato è affidato a un unico gestore, senza gestioni dirette da parte dei comuni». Non solo, «il restante 46% risiede in aree dove la governance del servizio è ancora frammentata o non del tutto consolidata. Tra questi, circa sette milioni di abitanti, pari al 12% della popolazione, sono serviti da gestioni in economia, ovvero gestite direttamente dai comuni, spesso con standard e investimenti inferiori rispetto agli operatori industriali». Le criticità si concentrano soprattutto al Sud e nelle Isole, dove vive l’82% dei comuni non ancora raggiunti da una gestione industriale.

Le diverse gestioni
Ci sono poi le diverse opzioni di gestione. Un esempio? «Pensiamo a Roma, il servizio viene garantito da Acea che è controllata per il 51% dal pubblico e per il resto da altri soci – aggiunge ancora Ilvo Sorrentino -, ma la maggioranza è pubblica. Inoltre la sua organizzazione industriale permette di portare avanti le attività che vanno dalla garanzia del servizio alla riparazione delle perdite in strada sino alla programmazione degli interventi». Ossia la cosiddetta progettazione a lungo termine. Che riguarda lo studio di soluzioni per evitare di lasciare a secco città o territori. «Nel Lazio si lavora a una serie di interventi – aggiunge – proprio per evitare che possa succedere qualcosa di simile». La partecipazione dei privati alla gestione della risorsa idrica, a sentire il sindacalista, non deve essere vista come una privatizzazione. «Solo una gestione industriale dell’intero sistema – aggiunge – permette di progettare e programmare, anche se le difficoltà non mancano». Da qui un’apertura verso la formula cosiddetta ibrida con l’ingresso dei privati o, comunque, la gestione dell’intera partita a società controllate dal pubblico ma esterne. Come avviene in Sardegna, dove a gestire il servizio idrico è Abbanoa, società con soci pubblici ma di diritto privato. «Si tratta di un’azienda che può vincere la sfida per dare alla Sardegna la gestione dell’acqua interamente in mani pubbliche. A piccoli passi sta diventando una società di tutto rispetto con un cambio di passo deciso». Quanto alla privatizzazione: «La nostra posizione è sempre stata questa – sottolinea-: mai la gestione dell’acqua in mani della speculazione dei privati. Ci siamo messi sin da subito a disposizione per arrivare a questo traguardo».

Spagna: gestione decentrata, tariffe diseguali, forte presenza privata
La Spagna è uno Stato fortemente decentralizzato, in cui la gestione dell’acqua è una competenza condivisa tra amministrazione centrale, comunità autonome e comuni. Il governo centrale stabilisce le norme di base, in particolare per il trattamento delle acque reflue e l’adeguamento alla normativa europea, mentre pianificazione e gestione operativa sono in larga parte demandate ai livelli regionali e locali.
I comuni sono responsabili della distribuzione e della sanificazione, ma spesso affidano il servizio a operatori esterni. Ne risulta un sistema frammentato, con una coesistenza di operatori pubblici e privati. Oltre metà della popolazione spagnola riceve il servizio idrico da aziende private, tra cui spicca il gruppo AGBAR, presente in numerose regioni del Paese. Allo stesso tempo, grandi operatori pubblici come il Canal de Isabel II a Madrid o EMASESA a Siviglia continuano a svolgere un ruolo centrale.
L’accesso all’acqua è pressoché universale: il 100% dell’acqua di rubinetto è considerata potabile e oltre il 90% della popolazione è collegata alla rete fognaria. Tuttavia, le tariffe variano enormemente tra territori, con differenze che possono arrivare fino al 550%. Secondo organizzazioni sociali e ambientaliste, la gestione privata è spesso associata a costi più elevati, legati alla necessità di garantire profitti e di recuperare investimenti e canoni concessori.
Negli ultimi anni, queste disuguaglianze hanno alimentato proteste e iniziative civiche, sfociate in alcuni casi in processi di remunicipalizzazione, in particolare in Catalogna, e in richieste di maggiore trasparenza nella gestione dei grandi operatori

Ungheria: proprietà pubblica, ma controllo centralizzato
L’Ungheria rappresenta un caso atipico nel panorama europeo. A differenza di altri Paesi, non ha seguito un percorso di privatizzazione, ma ha invece avviato una forte centralizzazione del settore idrico sotto il controllo dello Stato.
Fino ai primi anni 2010, i servizi idrici erano gestiti prevalentemente da comuni, talvolta con la partecipazione di operatori privati. La svolta è arrivata con la legge sui servizi idrici del 2011, che ha introdotto requisiti stringenti su licenze, dimensioni e proprietà degli asset, costringendo alla fusione o all’uscita dal mercato molti piccoli operatori. Oggi il settore è dominato da grandi aziende regionali pubbliche, fortemente controllate dal governo centrale.
Le tariffe sono fissate politicamente e congelate dal 2013 nell’ambito della politica di riduzione dei costi delle utenze. Questo ha mantenuto i prezzi dell’acqua tra i più bassi dell’UE, ma ha anche creato un deficit strutturale: i ricavi non coprono i costi di manutenzione e rinnovo delle infrastrutture. Rapporti ufficiali segnalano reti obsolete, perdite elevate e sottoinvestimenti cronici.
Il dibattito pubblico in Ungheria non riguarda quindi la privatizzazione, ma le conseguenze democratiche e finanziarie della recentralizzazione, con i comuni che denunciano la perdita di controllo sugli asset locali e le ONG che segnalano una riduzione della trasparenza.

A.N.D.E.
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