11 Dicembre 2025

Uno dei tre poteri su cui poggia il nostro ordinamento (Esecutivo) entra nell’ingegneria di un altro (Giudiziario)

È proprio vero. Il governo Meloni sta facendo la Storia. Non tanto per gli straordinari risultati raggiunti, o sbandierati come tali dalla propaganda, in questi primi tre anni di lavoro, quanto per l’inarrestabile opera di revisione della Costituzione. Una mutazione che promette o rischia, a seconda dei punti di vista, di consegnarci nel breve-medio periodo un’Italia profondamente diversa da come siamo abituati a pensarla da ottant’anni a questa parte. Un’Italia rifondata su una specie di cesarismo democratico.
Il passo più deciso in questa nuova direzione è il disegno di legge per la riforma della Giustizia che andrà sottoposto a referendum a fine marzo prossimo. Non è il merito del progetto, dalla separazione delle carriere dei magistrati ai due Csm, che certifica la portata storica di questa mossa. Il vero passaggio del Rubicone è che per la prima volta uno dei tre poteri su cui poggia il nostro ordinamento, l’Esecutivo, entra nell’ingegneria di un altro, il Giudiziario, che per la Carta è equivalente e indipendente, almeno fino a oggi. Al di là delle considerazioni se le modifiche proposte siano giuste o sbagliate, la questione centrale è il perché sia stato deciso uno strappo così netto rispetto a quanto finora sembrava intoccabile, cioè l’incursione di una forza dello Stato in un campo non proprio, quello appunto della magistratura, incursione più volte caldeggiata da Silvio Berlusconi ma che neppure lui osò o riuscì a mettere in atto.
A che serve in sostanza questa riforma? Davvero renderebbe più celeri le indagini e offrirebbe maggiore equità nei processi? E come lo si otterrebbe questo più di «equità»? Nelle dichiarazioni a sostegno, il nuovo corso garantisce un servizio migliore per i cittadini, una giustizia più giusta e meno venata da tentazioni politiche. Quanto a chi contesta, a cominciare dalla corporazione dei magistrati, lo fa per la sola ragione che perderebbe la legittimazione a gestirsi e organizzarsi in totale autonomia. Questa almeno è la tesi ufficiale del governo. Poi arriva il titolare dell’iniziativa, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, e dice una cosa un po’ diversa: «Mi stupisce che una persona come Elly Schlein, segretario del Pd, non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro nel momento in cui andassero al governo, perché fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale: l’esecutivo di Prodi cadde quando Mastella fu indagato per accuse poi rivelatesi infondate». A parte quest’ultima sintesi, su cui è lecito discutere, e a parte il fatto che la politica non ha alcun primato costituzionale, è la prima parte dell’assunto che forse chiarisce il vero motivo dell’operazione: rafforzare ulteriormente chi governa, sottraendo potere a un altro potere, quello giudiziario. Una linea che rispecchia quanto sta già accadendo in altri Paesi guidati da leader di tendenza autoritaria, da Trump in giù. Tutti eletti democraticamente, ma che stanno operando una revisione della democrazia in una chiave finora inedita: chi vince le elezioni non si preoccupa di amministrare la cosa pubblica nell’interesse comune, anche di chi non ha votato o ha votato per altri. Chi vince fa un po’ come gli pare e prende tutto. Non soltanto: durante il mandato, opera in modo di avere meno disturbi possibile (da magistrati ma anche da giornalisti, sindacati eccetera) e nel contempo riscrive le regole del gioco per quando si tornerà alle urne.
La via italiana a questa mutazione è molto più soft, al punto che neanche sembra una mutazione. L’accentramento di potere sull’Esecutivo a scapito degli altri due poteri pensati in Costituzione per bilanciarne la funzione, Giudiziario appunto e Legislativo, sta avvenendo per gradi, senza dichiararlo, quasi nascostamente. Il ricorso record al voto di fiducia, superata quota 100, sommata ai 110 decreti legge che come tali godono del consenso certo della maggioranza, sta di fatto svuotando di senso il Parlamento. E forse non è un caso che sia stata ulteriormente ridotta la presenza a Roma di senatori e deputati, ormai concentrata dal martedì mattina a un pezzo breve di giovedì. L’Italia è diventata una «Repubblica parlamentare» per modo di dire. E sul ruolo di arbitro e garante della Carta, previsto per il Presidente della Repubblica, pende un’ipotesi di riforma del premierato che di fatto ne ridurrebbe ai minimi l’influenza. Pare che non verrà calendarizzata in questa legislatura, ma sarà un punto di partenza per la prossima.
Non è questo il primo governo che prova a ridisegnare la meccanica istituzionale del nostro Paese. Il caso più recente è quello di Matteo Renzi che da premier si prese il rischio di un referendum costituzionale (4 dicembre 2016) su una riforma che si proponeva di superare il bicameralismo paritario, ridurre il numero dei senatori, e ridefinire i rapporti tra Stato e Regioni. L’obiettivo era semplificare il sistema. Il «No» vinse con circa il 59 per cento dei voti, e Renzi, che aveva legato al risultato la sua permanenza al governo, si dimise subito dopo. Aveva 41 anni. Giorgia Meloni ne ha 7 di più e un’accortezza politica maturata in una vita di militanza. Carriera che l’ha portata a dominare un partito non facile (Fratelli d’Italia) e dal 2022, prima donna, a guidare un Paese che soffre più di altri di una sfavorevole congiuntura internazionale e dove, fonte Istat, quasi il 10 per cento delle persone (5 milioni 800 mila) nel 2024 ha rinunciato a curarsi per le lunghe liste d’attesa e per difficoltà economiche (l’anno prima erano 4,5 milioni, il 7,6 per cento).
La saggezza dettata dall’esperienza, unita al consiglio sussurrato dal presidente del Senato La Russa («non so se il gioco vale la candela»), sembrano sconsigliare alla premier di intestarsi il prossimo referendum sulla Giustizia e tutto lascia supporre che Meloni non cadrà nel lodo Renzi. Ma il dado è tratto, indipendentemente da come andrà a finire la partita con la magistratura. Chi governa comanda. E chi disturba è un disfattista. Non è esattamente lo spirito della nostra Costituzione, ma si avvicina molto allo spirito di questo tempo.

A.N.D.E.
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.