In prospettiva più investimenti per cobot e umanoidi. Intanto, Stm entra nel capitale di Oversonic

Industria, applicazioni in ambito sanitario e mondo food. L’ingresso di Stmicroelectronics, Fondazione Enea Tech, Biomedical e Spotinvest nel capitale di Oversonic, start up di robotica cognitiva, è la spia di un fenomeno sempre più pervasivo nell’automazione avanzata, sviluppo che rappresenta ormai uno dei macrotrend tecnologici più dirompenti in tutto il mondo.
A partire dalla spinta innovativa dal basso. In questo settore, rileva infatti il nuovo Osservatorio del Politecnico di Milano sulla robotica innovativa, sono ben 493 le start up censite in 39 paesi. Panorama industriale che già è in grado di raccogliere fondi ingenti, per 7,4 miliardi di euro, e che vede già una forte polarizzazione geografica, con America e Asia a detenere il 76% delle nuove iniziative e gli Stati Uniti, da soli, a raccogliere quasi il 60% dei fondi globali.
L’Italia gioca al momento un ruolo secondario, con dieci start up censite e fondi raccolti per 120 milioni, anche se l’operazione annunciata ieri dimostra il grande fermento del comparto.
Se ad oggi, si evidenzia nel rapporto del Politecnico di Milano, il 28% delle aziende italiane utilizza soluzioni di robotica, in prospettiva, sulla base delle indicazioni di investimento annunciate, già nel 2028 si passerà al 36%.
Per chi investe in questi ambiti di automazione l’esborso medio è 456 mila euro (700 mila per le grandi imprese, 160 mila per le piccole) ma il quadro è in rapida evoluzione: tra le imprese che prevedono investimenti nel 2026, il 29% ad esempio destinerà risorse per robot innovativi che integrano AI, sensori e apprendimento continuo, con una spesa media per azienda pianificata quest’anno di 183mila euro.
E se l’attuale parco installato riflette ancora la predominanza della robotica tradizionale (82% di presenza di manipolatori industriali), le intenzioni di investimento per il prossimo triennio premiano decisamente le soluzioni innovative: i robot collaborativi passeranno dal 25% al 34%; i robot mobili autonomi dal 24% al 30%; gli umanoidi, oggi presenti in appena il 3% delle aziende che fanno uso di robotica, arriveranno quasi a quadruplicare questa quota in appena due anni.
Per quali motivi?
Le aziende sondate indicano soprattutto la possibilità di assegnare ai robot attività rischiose, ripetitive o logoranti (70%), la necessità di compensare la crescente mancanza di addetti alla produzione (15%) e la sostituzione di lavoratori specializzati in prossimità della pensione (5%).
Non a caso, cinque delle prime dieci startup più finanziate al mondo operano proprio in questo segmento avanzato, così come la stessa Oversonic, che con la nuova tornata di investitori portati a bordo punta ad accelerare le applicazioni sul mercato, guardando alla fabbrica in senso lato ma anche oltre.
«Se per lungo tempo – afferma Giovanni Miragliotta, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Innovative Robotics – parlare di robotica ha significato parlare di fabbriche, oggi la spinta all’automazione delle attività ripetitive e fisicamente gravose si sta estendendo oltre i confini della manifattura I sistemi robotici innovativi sono sempre più capaci di operare nel mondo reale: in magazzini non strutturati, in ambienti in cui la presenza umana è rischiosa, negli spazi pubblici, negli ospedali e nelle case. Essi non rappresentano solo una leva di competitività, ma una risposta concreta alla scarsità di lavoratori che in taluni comparti le imprese stanno già iniziando ad avvertire».
«La Physical AI – spiega Paolo Rocco, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Innovative Robotics – sta dotando i robot di capacità di percezione, ragionamento e pianificazione che fino a pochi anni fa sembravano appannaggio esclusivo dell’intelletto umano . Da esecutori vincolati a sequenze predefinite, i robot diventano capaci di costruire una rappresentazione del mondo, anticipare gli ostacoli e selezionare autonomamente l’azione più appropriata al contesto. Possono operare in ambienti non strutturati, in collaborazione con gli operatori umani e in scenari variabili, estendendo il perimetro d’uso ben oltre i confini della manifattura tradizionale. Non si tratta di robot più veloci o più precisi, ma di sistemi che imparano, si adattano e collaborano, abilitando casi d’uso inaccessibili alle generazioni precedenti. E lo sviluppo costante è destinato a produrre sistemi con capacità di percezione, ragionamento e adattamento sempre superiori».
«La robotica innovativa sta estendendo il proprio perimetro verso i luoghi di cura, gli spazi pubblici e i servizi alla persona – dichiara Elena De Momi, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Innovative Robotics -. Perché questa transizione si traduca in un vantaggio competitivo per il sistema produttivo italiano, però, è necessario affrontare alcune sfide strutturali: l’inadeguatezza del quadro normativo, la limitata maturità dei framework di valutazione degli investimenti e il deficit di competenze specialistiche. La tecnologia si sta sviluppando a ritmo sostenuto, la capacità delle imprese e delle istituzioni italiane di adeguarsi a questa velocità determinerà il posizionamento competitivo del Paese in uno dei mercati a maggiore potenziale dei prossimi decenni».
Rotta tracciata, quella verso la robotica, ma ancora irta di ostacoli, come segnalano le aziende che restano per ora ai margini di questa tecnologia.
Per quanti oggi non adottano soluzioni robotiche e non prevedono di farlo nei prossimi tre anni, la ragione principale è un contesto, normativo e di mercato, percepito come non pronto dal 51% del campione.
In particolare, la componente normativa emerge come fattore dominante: l’89% di chi identifica il contesto come barriera principale attribuisce questa valutazione all’inadeguatezza del quadro regolatorio. Tra i principali freni l’assenza di una definizione legale univoca di robot e una transizione normativa frammentata tra il Regolamento Macchine e l’AI Act.
Esistono poi altre barriere che variano significativamente per dimensione aziendale: per le piccole imprese il freno principale è rappresentato dai costi elevati e dall’impossibilità di ricondurre i propri processi a soluzioni robotiche disponibili sul mercato; per le grandi, il nodo critico è la difficoltà di costruire business case che giustifichino l’investimento.

A.N.D.E.
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