Il testo della risoluzione Onu di fronte al quale il governo s’è astenuto conteneva omissioni scandalose, non a caso gli Stati Uniti hanno optato per il voto contrario

Persino la codardia, reato da codice militare, s’è fatta categoria politica nel conflitto più ideologizzato della storia recente. Evocata con accenti retorici dal dibattito parlamentare, è diventata polemica di fazione: utile, però, a cogliere umori diffusi di fronte alla crisi esplosa col 7 ottobre. Secondo Giuseppe Conte, codardo sarebbe stato l’atteggiamento del nostro governo, astenutosi giorni addietro sulla risoluzione delle Nazioni Unite che auspicava una tregua umanitaria «durevole e sostenuta» a Gaza (qualcosa di diverso dall’ancora fragile pausa di questi giorni legata alla liberazione degli ostaggi ebrei sequestrati durante il pogrom). Pur con approccio più prudente, Elly Schlein ha parlato sin da subito di «errore incomprensibile» dell’esecutivo italiano, invocando la fine «della strage di civili»: strage della quale, superato con una deplorazione in premessa il fastidioso dettaglio del terrorismo di Hamas, appare sempre più automatico nella vulgata dell’opposizione addossare l’intera responsabilità a Israele. Un sondaggio dell’istituto Cattaneo rivela come, tra chi vota a sinistra, sei universitari su dieci pensino che gli israeliani si comportano coi palestinesi come i nazisti si comportarono con gli ebrei. E, del resto, le tossine del Medio Oriente hanno avvelenato persino la sorellanza mondiale contro la violenza di genere. Nella grande giornata internazionale in cui le donne hanno fatto sentire la loro voce potente, le israeliane sono state lasciate nell’angolo. E uno sconcertante cono d’ombra ha avvolto gli stupri di massa che i carnefici di Hamas hanno perpetrato su di loro nel «sabato nero» dell’orrore. Ruth Dureghello, già presidente della comunità ebraica romana, nota che quelle violenze non hanno ricevuto l’attenzione che (giustamente) si è data alle sofferenze delle donne iraniane, siriane, bosniache, e parla apertamente di antisemitismo.
Sta qui la vera trappola. Thomas Friedman all’indomani dell’aggressione terrorista contro migliaia di israeliani inermi, ammonì che allontanandosi dal dramma del 7 ottobre le azioni di Tsahal si sarebbero tradotte sempre più in un «autogol morale e politico», risultando via via più odiose proprio nella parte di mondo più sensibile alla tutela di ogni vita umana: la nostra.
È opportuno ricordare come le Nazioni Unite, bocciato un emendamento canadese in cui si chiedeva l’inequivocabile condanna «degli attacchi terroristici di Hamas», abbiano adottato nella risoluzione cara a Conte e Schlein un testo redatto dai Paesi arabi che conteneva omissioni scandalose: non menzionando Hamas né i suoi ostaggi e sorvolando sul diritto di autodifesa di Israele. Astenersi era davvero il minimo: e solo uno sforzo di diplomazia europeista (Francia e Spagna avevano votato sì) può avere indotto il nostro governo a questa opzione, con Germania e Regno Unito, anziché decidere per il voto contrario accanto agli Stati Uniti. Chi, in polemica con l’esecutivo, sostiene che la condanna di Hamas e il diritto all’autodifesa di Israele siano temi consolidati, su cui insomma si è «già pronunciata con chiarezza la comunità internazionale», finge di non sapere a quale segno sia giunta la deriva antioccidentale dell’Onu, che in teoria sancirebbe nella sua Carta «la parità di diritti delle nazioni». Come già aveva mostrato la vicenda ucraina, sembrano esserci nazioni meno pari di altre. Il Consiglio per i diritti umani, ad esempio, ha adottato, dalla sua creazione nel 2006, 104 risoluzioni contro Israele, più che su tre abusatori seriali quali Iran, Siria e Corea del Nord messi assieme. Per la cortina di silenzio sugli stupri di massa del 7 ottobre la first lady di Israele, Michal Herzog, ha puntato il dito contro Un Women e CEDAW (il Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne): «La condanna contro le violenze di genere perpetrate da Hamas non c’è stata affatto». Questo è lo stato dell’opera negli organismi internazionali.
L’ondata negazionista ha contagiato parte non piccola del movimento femminista, come se le donne di Israele meritassero tutela ridotta.E tuttavia non esiste riprovazione per un simile doppio standard sufficiente a superare la questione morale che grava sull’Occidente: l’angusto dibattito nostrano sulla codardia è solo il dito che la indica, poiché essa attiene alla guerra giusta e all’emergenza suprema che la motiva. Temi eterni da cui sono esonerati, diremmo ontologicamente, gli assassini di Hamas e i loro manutengoli mediorientali, i quali espongono la ferocia come uno spot contro gli infedeli.
Michael Walzer ha ricordato l’essenza d’ogni guerra asimmetrica: i combattenti a bassa tecnologia sparano dagli ospedali e dalle scuole, sicché quelli ad alta tecnologia per colpirli commettono la maggior parte degli omicidi. Ma poi s’è chiesto: di chi è la vera responsabilità di quelle morti? Che essa incomba su Hamas non risolve tutto. La proporzionalità della risposta bellica è un rebus metastorico che affligge chi ha revisionato il Ruach Tsahal, il codice etico dei militari israeliani. E che, per dire, ha tormentato la migliore democrazia europea, quella inglese, durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Dopo aver subito la devastazione di Coventry, Churchill cedette alla dottrina del suo sodale lord Cherwell e optò per bombardamenti sui centri delle città tedesche, onde terrorizzarne la popolazione: la vittoria di Hitler sarebbe stata certo il male peggiore. Ma, a guerra finita, il capo del Comando bombardieri, Arthur Harris, solerte esecutore di quegli ordini, subì una damnatio memoriae che ben ne descrive l’inaccettabilità morale: perché non esiste massacro giusto anche se scongiura un massacro maggiore. Così la vera codardia da combattere è il velo dell’ipocrisia. Walzer ci domanda di non distogliere lo sguardo dalle nostre responsabilità, facendocene carico con coraggio. Per fissare limiti alla guerra necessaria e per rispetto delle vittime. «La limitazione della guerra è l’inizio della pace», scrive. Un ammonimento e una speranza.

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