11 Dicembre 2025

Per il Vocabolario della Crusca poteva definirsi tale solo se la vittima era vergine. Ma ancora nel Novecento gli scrittori sembravano in difficoltà nell’usare quella definizione

Non è priva di interesse la storia della parola «stupro», che deriva nel nostro vocabolario dal latino «stuprum» (adulterio o atto osceno). Inizialmente, infatti, stando al Vocabolario della Crusca, il termine designava in italiano l’«inlecito disverginamento» e la deprivazione forzata del «fior della verginità». Per altre violenze sessuali, su donne non vergini, non veniva usata la parola «stupro» forse perché quel tipo di violazione non veniva considerato degno di nota, cioè appunto un vero e proprio «stupro». Per Bono Giamboni, che nel Duecento scrisse un trattato sui vizi e sulle virtù, lo stupro è un «carnale uso che si fa co la vergine». E anche per Domenico Cavalca, un frate predicatore del Trecento, lo stupro si realizza «quando l’uomo fa villania ad alcuna vergine».
Dante usa la parola metaforicamente attribuendo al demone Pluto il «superbo strupo» (con inversione delle consonanti) di essersi ribellato a Dio. Bisogna aspettare il secolo successivo, con Matteo Maria Boiardo, per incontrare, designato con quel termine, un femminicidio da branco: «alquante femine… per la moltitudine degli stupratori morirno». Troviamo il verbo «stuprare» in Machiavelli e in un testo del cinquecentesco Francesco Sansovino, dove si ricorda un saccheggio in cui i Turchi «si rivoltarono alla preda, stuprando le donne e i fanciulli e saccheggiando le robe». In pochi casi, per secoli, lo «stupro» viene ricondotto dagli autori italiani alla violenza sessuale sulla donna, restando sinonimo generico di aggressione, quasi lo «stupro», nel senso di violazione del corpo femminile, fosse una parola tabù, la cui rarità denota ben altra rimozione per una letteratura essenzialmente maschile (e maschilista).
E fa un certo effetto constatare come l’uso molto scarso prosegua fin dentro il secolo scorso. Dove incontriamo poche eccezioni in Riccardo Bacchelli, che osa parlare di «cadaveri di uccisi e di donne stuprate», e si chiede con discutibile domanda retorica: «È meno stupro, tanto per dire, prender di forza una donna, che indurla a vendersi, o i suoi a venderla?».

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