Dov’è finito quel Paese che per molti anni ha riempito il nostro immaginario?
Sul Milwaukee Riverwalk c’è una statua di Arthur Fonzarelli, detto Fonzie, giubbetto di bronzo e pollici in su. Ma nel Paese di Happy Days non sono giorni felici. L’omicidio feroce dell’infermiere Alex Pretti — dieci colpi alla schiena — e il tentativo di farlo passare per un terrorista, hanno scosso l’America, e tutti noi.
Una serie televisiva non è un documentario, ma talvolta fotografa i sogni.
Gli Stati Uniti, cinquant’anni fa, ci raccontavano com’erano stati e cosa avrebbero voluto essere. Davanti a un televisore italiano, noi pensavamo: quel posto ci piace. Ingenui? Certo. Ma fantasie e desideri, spesso, lo sono. Non diventerebbero così potenti, altrimenti.
A Minneapolis, di fronte alle fotocamere dei residenti e agli occhi del mondo, si scontrano due nazioni. Incredula e disgustata, la prima. Ottusa e incattivita, la seconda. Da quale recesso dell’anima americana sbucano gli energumeni della Immigration and Customs Enforcement? Sguinzagliati nel gelo di Minneapolis, con la scritta Ice (ghiaccio!) sulle spalle, sembrano uscire da una serie distopica. Davvero li vogliamo in Italia per le Olimpiadi? Cosa c’entrano con l’America che amiamo?
Eppure, c’entrano. Forse esiste una nazione che ci ostiniamo a ignorare. Me lo ha scritto, mesi fa, un accademico milanese, residente negli Stati Uniti. Per cinquant’anni, ha aiutato ingegneri, fisici e informatici italiani a portare il proprio talento a Berkeley e nella Silicon Valley. Oggi teme che un’altra America, chiusa e diffidente, voglia vendicarsi di quel progresso, sebbene abbia portato agli Usa molti primati. Sarebbe grave, ma potrebbe succedere. La nuova ricchezza digitale ha capito, infatti, come usare la vecchia povertà culturale.
Sarebbe anche triste: perché su una certa idea dell’America abbiamo fatto, in tanti, un investimento emotivo. Torneremo ad appassionarci alle sue avventure quotidiane, o sembreranno fuori sincrono? È l’impressione che lascia la nuova serie The Paper, ambientata in Ohio, appena distribuita in Italia. Ideata dai creatori di The Office (2005), mette insieme etnie e amicizie, venditori di carta igienica e negozi di materassi, riunioni inutili e commovente ottimismo. Negli Usa incendiati da Donald Trump, appare lontana dallo spirito del tempo.
La spazio fra europei e americani non è l’Atlantico: è una fenditura che, nel corso degli anni, cambia di profondità. Che idea abbiamo gli uni degli altri? Finora comprendeva una carica di curiosità e di fiducia che ci ha permesso di superare rivalità e incomprensioni. Ma oggi? Dov’è finita l’America che ha riempito il nostro immaginario? Quella dove non andavamo mai, tornavamo sempre. Perché l’avevamo vista, ascoltata e annusata così tanto che, in fondo, la conoscevamo già.
Cos’è successo a quel posto speciale? Il New York Times ha scritto che, sull’omicidio di Alex Pretti a Minneapolis, Greg Bovino (Ice) e Kristi Noem (Homeland Security) «mentono alla maniera dei regimi autoritari». Questo è il dubbio angoscioso: siamo ancora nel campo delle eccezioni, o questa è la strada scelta dall’amministrazione Trump?
Nel dubbio, molti stanno prendendo decisioni. Il crollo delle iscrizioni nelle università Usa dimostra che tanti, nel mondo, non si fidano più. I nuovi studenti internazionali sono diminuiti del 17% nell’autunno 2025, con proiezioni che indicano un calo del 30-40% per l’anno accademico 2025-26. Non sottovalutiamo questi dati. Le università sono i sismografi morali dell’America, e quello che registrano oggi è drammatico.
Capiremo presto se il nostro rimpianto è destinato a diventare un lutto. Le elezioni di midterm a novembre — se avverranno, come avverranno — ci aiuteranno a capire cosa si muove dietro l’anziano presidente, e dentro la sua testa. Se gli fosse rimasta un po’ di ragionevolezza, dovrebbe ricordare una massima: «Chi fa il duro senza essere duro finisce con la faccia contro il muro». Non è di Abraham Lincoln, ma di Arthur Fonzarelli, detto Fonzie. Quante cose potrebbe imparare da lui, Donald Trump.
