6 Settembre 2026

Al di là delle provocazioni del presidente americano: cosa ci dicono davvero i fatti

Ha ancora un senso rincorrere ogni giorno/ora/minuto la girandola di esternazioni di Donald Trump? A parte gli interrogativi clinici, che è meglio lasciare agli psichiatri, gli si deve riconoscere una capacità diabolica: si sveglia al mattino presto, insulta offende minaccia qualcuno, e quel giorno non si parla d’altro. Detta lui l’agenda dei media, decide di cosa dobbiamo occuparci. Per negargli questo privilegio, conviene distogliere lo sguardo dal suo Truth Social e guardare i fatti, la nuda realtà.
I fatti dicono che il vertice Nato di Ankara ha segnato anzitutto una clamorosa rivincita dell’Ucraina. Un anno e mezzo fa Zelensky era stato umiliato da Trump e Vance alla Casa Bianca. Il suo invito al summit in Turchia è il coronamento simbolico di una serie di eventi. Il popolo ucraino, le sue forze armate, e la sua creatività tecnologica, hanno cambiato i rapporti di forze in campo; e i rapporti di forze hanno sempre un’influenza determinante su Trump. Il Pentagono per primo ha capito che questa Ucraina è una risorsa, ed è diventato letteralmente un cliente di Kiev per il know-how sui droni. Già da mesi, a prescindere dai sentimenti ondivaghi di Trump verso Putin, l’intelligence Usa ha aiutato l’Ucraina a colpire sempre più in profondità nel territorio russo (cosa che Joe Biden aveva vietato). Ad Ankara Trump si è spinto al punto da ipotizzare la concessione della licenza perché gli ucraini possano fabbricarsi in casa le batterie anti-missilistiche Patriot, cioè uno dei dispositivi più sofisticati dell’arsenale difensivo americano. È un riscatto fenomenale da parte di chi temeva di essere abbandonato alla mercé dell’aggressore russo. Tanti fattori hanno contribuito a questo rovesciamento. Putin appare ormai come un perdente, e Trump disprezza i «loser» (è la stessa ragione per cui Erdogan si è raffreddato verso Mosca ed è tornato su una posizione atlantista più tradizionale, dopo vari ondeggiamenti). Ma al di là delle fluttuazioni umorali del presidente, in America a differenza che in Europa manca una forte lobby filorussa. Il Pentagono, l’intelligence, il segretario di Stato Marco Rubio, la quasi totalità dei repubblicani, hanno sempre remato contro le aperture verso Putin. Il Deep State, l’establishment americano, è giunto a una conclusione osservando l’andamento della guerra: non è l’Ucraina ad aver bisogno della Nato, quanto la Nato ad aver bisogno di un esercito eccezionale come quello di Kiev. L’ingresso ufficiale nell’Alleanza atlantica ha molti ostacoli da superare, ma la realtà dei fatti dice un’altra cosa.
Sulle spese militari. Qui bisogna essere onesti: l’arroganza paga. Il bullismo di Trump ha strappato agli europei ciò che tutti i presidenti americani da Eisenhower e Kennedy fino a Obama chiesero senza ottenerlo. Cioè un riequilibrio degli oneri per la difesa dell’Europa. Rimangono tanti problemi, come la frammentazione dell’industria bellica europea. Inoltre la lucidità di fronte all’espansionismo russo non è diffusa in modo eguale. L’Europa che ha capito e che si sta riarmando è tutta a Nord-Est: Germania, Polonia, Baltici, Scandinavi. Il resto arranca, con opinioni pubbliche riluttanti ad aprire gli occhi di fronte al mondo nuovo e alle sue regole.
Sullo scenario di un disimpegno americano dalla Nato, ancora una volta contano i fatti più delle parole di Trump (occasionalmente rassicuranti… fino al contrordine). I fatti dicono che i ritiri di truppe Usa dal continente sono limitati, abbastanza scontati, e rientrano in quella logica di riposizionamento strategico sull’Indo-Pacifico che era già dottrina ufficiale sotto Obama. In compenso il Pentagono sviluppa una nuova tipologia di deterrente nucleare che dovrebbe aumentare sia la sicurezza degli europei, sia il segnale di impegno americano. Generazioni di militari Usa sono state formate a considerare l’Europa come un valore strategico da difendere, non cambiano facilmente la loro visione del mondo per assecondare i capricci del presidente di turno.
Sulla Groenlandia. Ci risiamo: è indegno e inaccettabile che Trump torni a ventilare minacce su territori che appartengono alla sfera sovrana di paesi alleati. Però torna utile il cinismo di Giulio Andreotti: «A pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina». L’America ha sempre avuto una superiorità strutturale, geografica, su molti imperi della storia: ha due oceani che la separano dai rivali, e domina quasi indisturbata sul proprio emisfero (salvo eccezioni in via di superamento: Venezuela, Cuba). Di recente però un’insicurezza si è affacciata dal Grande Nord. L’Artico è concupito, economicamente e militarmente, da Cina e Russia. Fino alle provocazioni di Trump, i danesi si occupavano della Groenlandia soprattutto per salvare gli orsi bianchi, e per rovesciare sull’etnia Inuit generose sovvenzioni con cui placare i propri sensi di colpa coloniali. Di recente Danimarca, Ue e Nato hanno alzato il livello di vigilanza e le precauzioni difensive e di spionaggio, in un’area dove si aggirano sottomarini russi e cinesi. Forse le minacce di Trump c’entrano.
Infine l’Iran. La guerra non è finita. Come poteva esserlo? Una regola della storia insegna che le guerre possono scoppiare all’improvviso, mentre concluderle è raramente un lavoro veloce. In questo caso forse il regime iraniano si è ingannato da solo, autocelebrando la propria vittoria sul Grande Satana americano, e l’eccesso di trionfalismo lo ha indotto all’imprudenza. D’altra parte il Deep State (Pentagono e dintorni) fatica ad accettare che l’instabilità umorale di un presidente trasformi un successo militare in una débâcle strategica. Le prossime puntate sono ancora da scrivere. Probabilmente non su Truth Social.

A.N.D.E.
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