I nostri governi rappresentano solo un quarto del Paese reale; negli ultimi venti anni, il numero degli uomini che si informano e discutono di politica è diminuito di quasi il 13 per cento e si attesta intorno a poco più della metà; quello dei giovani tra 18 e 24 anni non supera un terzo
Lo stato attuale di belligeranza tra maggioranza e opposizioni logora la democrazia, non la arricchisce. Competizione politica non vuol dire farsi la guerra, ma cercare maggiore seguito nell’opinione pubblica. L’interlocutore delle forze politiche, il giudice di ultima istanza, è l’elettorato. Ma questo stato di belligeranza alimenta il rifiuto: solo poco più del 63 per cento degli aventi diritto al voto si reca alle urne, con la conseguenza che i nostri governi rappresentano solo un quarto del Paese reale; negli ultimi venti anni, il numero degli uomini che si informano e discutono di politica è diminuito di quasi il 13 per cento e si attesta intorno a poco più della metà; quello dei giovani tra 18 e 24 anni non supera un terzo. L’astensionismo elettorale non è dovuto ad apatia, se si confronta il numero degli iscritti ai partiti, non più del 2 per cento della popolazione, con quello delle persone impegnate nel volontariato, stimato nel 9 per cento.
Questo distacco tra Paese legale e Paese reale non solo assottiglia fortemente le basi della democrazia, ma la rende molto instabile, perché un semplice aumento dei votanti da una elezione all’altra può rovesciare maggioranze e crearne di nuove. Tutto questo è accentuato dalla frequenza delle elezioni ai diversi livelli di governo, nelle quali le forze politiche cercano una conferma del proprio peso, con la conseguenza di «nazionalizzare» ogni votazione, da quelle europee, a quelle locali e regionali. In tal modo, tutte le votazioni diventano affari che coinvolgono le forze politiche nazionali. Si produce così anche un pessimo effetto di centralizzazione di una Repubblica che, secondo la Costituzione, «promuove le autonomie».
Leone XIV, qualche giorno fa, nella sua prima intervista, ha denunciato la polarizzazione, i suoi effetti e le sue cause: radicalizzazione delle opinioni, contrapposizione rigida dei gruppi per appartenenza ideologica, aumento delle divisioni, riduzione della capacità di ascolto e di comprensione. Gli ha fatto eco, in un articolo su Il Foglio del 20 settembre scorso, il capo della segreteria politica di Fratelli d’Italia, invitando a «superare la logica della contrapposizione ideologica» e auspicando il «confronto».
Ma come si potrebbero costruire ponti che consentano il dialogo, la sinodalità auspicata dal Papa, un terreno comune, una zona franca? Il percorso è difficile, ma potrebbe cominciare da iniziative «bipartisan», trasversali, su cui vi sia consenso e sulle quali il consenso convenga a tutti.
Faccio tre esempi. Il primo potrebbe consistere in un «ponte» che avvicini il corpo delle regole, che gli italiani debbono rispettare, ai loro destinatari, un’opera di codificazione e semplificazione delle leggi e dei regolamenti, che raccolga norme disperse, ne chiarisca il contenuto e ne metta in evidenza le lacune. La inintelligibilità delle leggi vigenti ha un costo, stimato, nell’agosto scorso, in 110 miliardi per anno, tanto che senza di esso il Prodotto interno lordo sarebbe più alto del 5 per cento, con grande beneficio per il Paese.
Un’opera comune di questo tipo non avrebbe oppositori nel corpo politico e avrebbe un precedente — al quale ispirarsi — in Francia, dove dal 1989 sono stati redatti 60 codici, che raccolgono una quota stimata del 60 per cento di tutta la regolamentazione legislativa e secondaria. Una operazione di questo tipo, se su di essa si impegnasse, come in Francia, direttamente il vertice dell’esecutivo, potrebbe partire dalla ottima digitalizzazione fatta dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato con Normattiva, il portale della legislazione vigente, della Presidenza del Consiglio dei ministri, e potrebbe valersi della «Piattaforma per l’analisi interattiva della legislazione italiana» curata da Luigi Guiso e da Claudio Michelacci.
Il secondo esempio potrebbe consistere nel ridefinire i ruoli reciproci di maggioranza e opposizioni e i compiti di esecutivo e legislativo, il cui equilibrio si è ormai allontanato da quello costituzionale.
Il terzo esempio potrebbe consistere nel valersi della «Habermas Machine» messa a punto da Leonardo Becchetti e da Stefano Quintarelli e illustrata sul Corriere della Sera del 22 luglio scorso, che si vale dell’intelligenza artificiale per assicurare l’intelligenza relazionale e la costruzione del consenso, partendo da persone con visioni opposte.
Esperimenti di questo tipo potrebbero assicurare un inizio di collaborazione perché non trovano oppositori dalle diverse parti, sono nell’interesse comune e convengono a tutti. Potrebbero favorire la diminuzione della polarizzazione, ora che il Paese si avvia ad avere governi di legislatura, con il vantaggio di una durata almeno quinquennale.
