Solo nell’ultimo anno le elezioni anticipate sono state convocate in Spagna, Serbia, Francia, Regno Unito. Una catena di azzardi, in contesti politici molto diversi, presentati come via obbligata alla stabilità

Le elezioni anticipate vanno di moda, solo nell’ultimo anno convocate in Spagna, Serbia, Francia, Regno Unito. Una catena di azzardi, in contesti politici molto diversi, presentati come via obbligata alla stabilità, espressione della volontà di restituire la parola ai cittadini in momenti gravi della vita nazionale. Che sia concepito come responsabile verifica di metà mandato, test di popolarità, coraggioso atto democratico o trovata per mettere i rivali spalle al muro, il ritorno disinvolto al voto mette a nudo un potere comunque attratto da colpi di mano e drammatizzazioni, a disagio di fronte ai cali di consenso perché sempre più impotente rispetto a problemi complessi irrisolvibili nella pura dimensione nazionale. Autorità meno autorevoli e leadership che tendono ad accentrare e personalizzare anche in risposta all’attitudine giudicante ripresa dai social finiscono per esasperare i successi come le cadute, subito convertite in trampolini per nuovi assalti e consacrazioni. Con il rischio della vertigine d’onnipotenza, o del sano bagno di realtà.
A Madrid nel luglio 2023 al premier socialista Sánchez è riuscito il colpo a effetto ma a costo di allargare il campo ai separatisti catalani, a Belgrado la scelta del presidente Vucic ha aggravato le già forti tensioni sul Kosovo. A Parigi Macron ha incaricato «le peuple» caro ai lepenisti di stanare le forze estreme e ottenuto lo spostamento del centro di potere dall’Eliseo al Parlamento. A Londra i conservatori hanno chiuso in anticipo 14 anni di governi che hanno conservato ben poco. Leader corteggiatori del tragico che inseguono il controllo e ritrovano il bello del voto: la democrazia sfugge a logiche pre-ordinate, il popolo è sovrano.

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