Che cosa dovrebbe restare? Un balzo collettivo nella comprensione di quanto il movimento abbia pieno diritto a essere accolto quale parte integrante di ogni vita a ogni età. E non una disciplina esclusiva per campioni predestinati o un’attività da ragazzini che i genitori sostengono finché si intravede (o stravede) un talento eccezionale
Ci interroghiamo, già in questi giorni, sull’eredità di Milano-Cortina. Spesso – sarà il contagio internazionale – lo sentiamo ripetere in inglese: quale “legacy” ci aspettiamo dall’Olimpiade? Legacy deriva dal latino legatum e custodisce l’idea di un testamento: in origine «un lascito materiale» che p oi diventa ciò che «una persona, un’istituzione o un evento lascia dietro di sé». E dunque non dovremmo ragionare solo di arene polifunzionali e futuri studentati, che la città metropolitana dà per acquisiti, bensì anche di «effetti duraturi, valori, cultura» nella Città ideale.
La risposta sarebbe semplice, evidente. In Italia però fatica a essere riconosciuta: quello che un’Olimpiade dovrebbe “lasciarci” è un balzo collettivo nella comprensione di quanto lo sport – il movimento – abbia pieno diritto a essere accolto quale parte integrante di ogni vita a ogni età. Non una disciplina esclusiva per campioni predestinati o un’attività da ragazzini che i genitori sostengono finché si intravede (o stravede) un talento eccezionale, per poi disamorarsi, e neppure quell’hobby che diventa trascurabile non appena nelle vite adulte c’è altro da affrontare – «le cose serie».
La storia stessa dell’Olimpiade dimostra quanto i Greci la prendessero “seriamente”: i Giochi (i primi di cui si ha traccia si tennero a Olimpia nel 776 a.C.) erano feste in onore di Zeus, una competizione tra le poleis programmata ogni quattro anni. E sappiamo che la maratona, divenuta a fine Ottocento una delle prove regina, si ispira alla leggenda del messaggero Filippide e alla sua corsa lunga 40 chilometri, da Maratona ad Atene, per annunciare la vittoria dei greci sui persiani nel 490 a.C.
Oggi, accanto al mito, ci dovrebbero motivare le neuroscienze. L’esercizio fisico stimola e potenzia i neurotrasmettitori. Attiva una sequenza chimica strategica per il nostro benessere che incrocia dopamina, serotonina, adrenalina, noradrenalina. Tutto in natura, gratis: no prescrizioni, no integratori, no psicofarmaci. Ed è dimostrato come il muscolo – organo endocrino – dialoghi con il fegato e il tessuto adiposo, attivi il sistema immunitario e contribuisca alla salute delle ossa. Quello che forse consideriamo con meno attenzione è quanto i muscoli “parlino” al cervello e rallentino così il decadimento cognitivo.
L’ultimo tabù prossimo a cadere, speriamo, è quello estetico. Perché nessuno come gli atleti e le atlete dimostra in diretta quanto un fisico potente, declinato in una varietà infinita di profili e abilità, sia più bello di un corpo votato alla magrezza e sottomesso a una visione stereotipata di cosa – e chi – sia desiderabile.
Dovremmo allora prometterci – società e individui – che non smetteremo di educarci alla necessità di comprendere e salvaguardare il valore del movimento per diventare noi stessi. Per stare il meglio possibile nel tempo che abbiamo e avremo. Nomadi, come eravamo. E ora runner o camminatori, nuotatori, ballerini, appassionati di yoga o pilates, canottieri o lottatori, acrobati o iscritti ai corsi di ginnastica dolce. Joyce Carol Oates – scrittrice americana e grande appassionata di pugilato – ha raccontato l’estasi della corsa che vede «la mente volare con il corpo» e descritto quella «misteriosa efflorescenza del linguaggio che pulsa nel cervello a ritmo dei passi e dell’oscillazione delle braccia» (lo ha ricordato Bonnie Tsui, su The Atlantic, in un articiolo dal titolo: «Perché sono così numerosi gli scrittori atleti»).
Ci eravamo forse abituati a concepirci come testa e basta, con “il resto” come accessorio, spesso molesto, aggrappati a quel cogito ergo sum cartesiano – penso e ciò mi basterà – che ci ha sì incoraggiati affermando il primato del soggetto ma in sincrono ci ha esposti a una frattura del nostro essere fondamentalmente corpo-mente. La verità è che in movimento pensiamo meglio e ci allontaniamo da quella tentazione di fuga immobile che ci chiude in una stanza, giovanissimi e anziani.
