6 Settembre 2026

Nel prossimo anno ci saranno elezioni generali in Italia, Francia, Spagna, Polonia. Seguiranno negli anni successivi le elezioni in Germania e in Regno Unito (se non ci saranno elezioni anticipate). Significa che assai presto il volto politico dell’Europa potrebbe essere diverso da quello che abbiamo fin qui conosciuto. La posta in gioco sarà altissima: resisteranno gli elettorati alle lusinghe e al richiamo dei movimenti nazionalisti? Riceverà nuova linfa il processo di integrazione europea o, invece, si arenerà per sempre (o, comunque, per un lungo periodo)? Gli europei continueranno a sostenere Kiev o smetteranno di farlo? Svilupperanno un potere deterrente che li protegga dal risorto imperialismo russo o sceglieranno la strada dell’appeasement, sceglieranno di sottostare ai diktat , quale che ne sarà il prezzo, dei dirigenti russi?
In molti Paesi le elezioni avranno il carattere di un referendum ed è possibile che il risultato risulti netto e chiaro. Farà forse eccezione l’Italia. È possibile che qui da noi le elezioni, anziché fare chiarezza, generino incertezza e ambiguità. Chiunque le vinca. Sulla carta ci sono tre possibilità. Vince la destra senza Vannacci (possiamo chiamare questa combinazione Destra 1). Oppure vince una destra aperta a Vannacci (Destra 2). O, infine, vince la sinistra.
La prima combinazione (Destra 1), per come si sono messe le cose, appare poco probabile. Possibile che senza Vannacci la destra perda le elezioni. Dunque immaginiamo che vinca una destra che però non può fare a meno del sostegno parlamentare di Vannacci. Un partito moderato come Forza Italia non potrebbe certo digerire la presenza degli uomini di Vannacci nel governo. E questo vale anche per molti di Fratelli d’Italia e della Lega. È più probabile pertanto che venga contrattato un appoggio esterno. Non potrebbe esserci niente di meglio per il generale. Perché egli potrebbe dedicarsi a una quotidiana guerriglia contro il governo. Con lo scopo di logorarlo a proprio vantaggio. Vannacci non è Salvini, non sarebbe costretto a piegare la testa di fronte alle richieste di Meloni al fine di non mettere in discussione la stabilità del governo. Per lui le cose andrebbero comunque bene: sia se resta per un certo periodo nella maggioranza, ma dedicandosi al sabotaggio dell’azione di governo, sia facendo venire meno, al momento buono, l’appoggio esterno. Per il generale sarebbe soprattutto essenziale logorare la leadership di Giorgia Meloni, compromettere la sua immagine di fronte al Paese. Meloni è il solo ostacolo che può impedirgli di presentarsi agli elettori come l’unico, autentico, leader della destra. È uno scenario che tante volte si è ripetuto nella storia: si cerca di neutralizzare l’estremista cooptandolo. Senza riuscirci. E anzi, ottenendo il risultato (non voluto) di rafforzarne la leadership e la capacità di esercitare attrazione sui segmenti di opinione pubblica più confusi e spaventati.
Che cosa sarebbe la politica estera dell’Italia con una maggioranza di governo che includa Vannacci? Quanto di più ondivago e ambiguo si possa immaginare. Certo, verrebbe ufficialmente proclamata la continuità con il passato (la fedeltà alle alleanze, la cooperazione in Europa, l’appoggio a Kiev eccetera). Ma i concreti comportamenti quotidiani sarebbero condizionati dalla presenza di Vannacci nella maggioranza e dalla necessità di non perderne l’appoggio, pena la caduta del governo. Ogni scelta di politica estera, nonché ogni decisione in materia di sicurezza nazionale, ne sarebbero condizionate.
E se vincesse la sinistra? Per quanto riguarda la postura internazionale del Paese il risultato non sarebbe, plausibilmente, molto diverso da quello che si avrebbe con una destra inclusiva di Vannacci. Come è noto la sinistra è spaccata (e senza rimedio, a quanto pare) sui fondamentali della politica estera. Inoltre, la sinistra non dispone di una leadership altrettanto energica di quella che ha esercitato Meloni sul proprio schieramento. Non ci sarebbe verso di impedire al putinismo di sinistra di condizionare la collocazione internazionale dell’Italia. Anche in questo caso oscillazioni, incertezza e ambiguità caratterizzerebbero l’azione del governo. Una corte di intellettuali, ma anche qualche uomo di Chiesa, spingerebbero la sinistra ad inasprire ulteriormente le contestazioni alle politiche europee di riarmo. E questa volta non dall’opposizione, ma sfruttando il controllo delle leve di governo.
Come nel caso di un governo di destra inclusivo di Vannacci, anche in quello di un governo di sinistra diventerebbe difficile mantenere il sostegno militare a Kiev, nonché adottare una posizione favorevole a una politica europea di deterrenza nei confronti della Russia.
È possibile che in altri Paesi europei i risultati delle elezioni diano un responso sufficientemente chiaro: o di qua (a favore della cooperazione europea e della scelta di difendere se stessi e l’Europa) oppure di là (a favore del disarmo e dell’appeasement). Solo in Italia, forse, le cose andranno diversamente. Forse, come è accaduto altre volte nella nostra storia, l’Italia seguirà un’altra strada: un po’ di qua e un po’ di là.

A.N.D.E.
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